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Roméo et Juliette
Opera in cinque atti di Jules Barbier e Michel Carré, da Shakespeare
Musica di Charles Gounod 1818-1893
Prima rappresentazione: Parigi, Théâtre Lyrique, 27 aprile 1867

Personaggi
Vocalità
Angelo
Tenore
Benvolio
Tenore
Capulet
Basso
frère Jean
Basso
frère Laurent
Basso
Gertrude
Mezzosoprano
Gregorio
Baritono
il duca
Basso
Juliette
Soprano
Manuela
Soprano
Mercutio
Baritono
Paris
Baritono
Pepita
Soprano
Roméo
Tenore
Stephano
Soprano
Tybalt
Tenore
Note
Come nel caso diFaust, anche l’origine diRoméo et Julietteè legata all’Italia: risale infatti al 1841, quando Gounod, residente a Villa Medici dopo aver vinto il Prix de Rome nel 1839, inizia a musicare unGiulietta e Romeosu libretto italiano. Passano gli anni, quattordici per l’esattezza, ed ecco giunto il momento di poter riprendere il progetto giovanile a lui tanto caro. Fugge da Parigi, perché gli sembra impossibile lavorare dove non esiste il silenzio dello spirito, e si rifugia a Saint-Raphaël. Qui ritrova suggestioni ‘italiane’ e scrive alla moglie delle emozioni donategli dalla campagna di Fréjus che, con i suoi resti di antichi acquedotti, tanto ricorda la campagna romana. È l’aprile 1865, la fuga pare quella perMireillein Provenza; anche in questo caso isolamento e frenesia creativa. Quella frenesia che lo divora quando lavora a un soggetto di cui è innamorato, portandolo spesso alle soglie di terribili crisi di nevrastenia, tormento costante della sua esistenza. Ilfurorcreativo dura quattro mesi: il 10 luglio 1865Roméoè terminato. Gounod vi tornerà sopra l’anno successivo, per comporre il secondo quadro del quarto atto, il matrimonio di Giulietta con Paride, aggiunta spettacolare voluta con ogni probabilità dal direttore del Théâtre Lyrique, Léon Carvalho; scena assente in Shakespeare, è una delle poche infedeltà del libretto. Equilibrato ed essenziale, il testo di Barbier e Carré è senza dubbio tra i loro migliori, e coniuga efficacemente le esigenze strutturali del melodramma a un dignitoso rispetto del dramma shakespeariano.

Atto primo. Dopo un’ouverture-prologo nella quale il coro, come nel dramma, espone il soggetto compiangendo la sorte dei due amanti, eccoci in casa Capuleti, dove ha luogo una sfarzosa festa da ballo. L’arrivo di Giulietta, incantevole figlia di Capuleti, suscita l’ammirazione degli invitati. Tra essi si aggirano mascherati Romeo e Mercuzio. Il primo è turbato da strani presentimenti, Mercuzio lo consola: è stato sicuramente visitato da Mab, la regina dei sogni (‘ballade de la reine Mab’). Alla vista di Giulietta, Romeo prova un istantaneocoup de foudre. La giovane, promessa sposa al conte Paride, nipote del principe di Verona, si confida con la nutrice Gertrude: vorrebbe poter vivere ancora un po’ senza pensare al matrimonio (“Je veux vivre”). Avvicinatosi a Giulietta, Romeo le fa una dichiarazione appassionata, che viene accolta con profonda emozione (madrigal“Ange adorable”). L’estasi è bruscamente interrotta dall’arrivo di Tebaldo, cugino di Giulietta, che riconosce la voce del giovane mascherato per quella di Romeo, rampollo della casata dei Montecchi. Per i due innamorati è la terribile consapevolezza di appartenere a famiglie divise da un odio secolare. Tebaldo tenta di aggredire il giovane ma è fermato da Capuleti: la festa deve continuare, intima, si riprenda il ballo.

Atto secondo. Nottetempo, abbandonati i suoi compagni, Romeo si introduce nel giardino di Giulietta e la invita a mostrarsi paragonandola al sole nascente (“Ah lève-toi soleil”). Giulietta appare al balcone, i due si scambiano infiammate frasi d’amore; ma sono interrotti da un gruppo di servitori, che cercano qualche Montecchi da sistemare per le feste. Allontanatisi questi ultimi, scacciati da Gertude, i giovani riprendono il loro duetto d’amore (“O nuit divine”). La voce della nutrice, che richiama Giulietta, disturba nuovamente gli innamorati che si separano promettendo di vedersi l’indomani.

Atto terzo. Frate Lorenzo accoglie nella sua cella Romeo e Giulietta. Toccato dalla forza del loro amore, li unisce in matrimonio alla presenza di Gertrude. Nei pressi di palazzo Capuleti, Stefano, il paggio di Romeo, è alla ricerca del padrone. Una sua canzone provocatoria (“Que fais-tu, blanche tourterelle”) irrita il servo Gregorio, che lo sfida a duello. Accorrono Mercuzio e Tebaldo, i quali si schierano l’uno a fianco del paggio, l’altro del servo. Appare Romeo, ma il suo intervento non placa gli animi; Tebaldo dapprima taccia Romeo di viltà, poi uccide Mercuzio. L’assassinio dell’amico scatena la collera di Romeo, che si avventa sull’omicida trafiggendolo mortalmente. Sopraggiunge il duca di Verona; durissime sono le sue parole contro le famiglie rivali: quanto a Romeo, la sua sorte è l’esilio.

Atto quarto. Raggiunta Giulietta nella sua camera, Romeo trascorre con lei l’ultima notte prima della partenza (“Nuit d’hyménée”). Il canto dell’allodola, messaggera del giorno, li avverte che è giunto il momento dell’addio. Giunge Capuleti, accompagnato da frate Lorenzo, che dovrà preparare Giulietta alle nozze imminenti con Paride. Il religioso, rimasto solo con la giovane, la convince a bere una pozione che provoca una morte apparente, unico mezzo onde sottrarsi al matrimonio. Penserà lui ad avvertire Romeo e a far sì che essi possano fuggire insieme. Durante la cerimonia nuziale, Giulietta si accascia esanime; tutti la credono morta. Frate Lorenzo apprende da un confratello che il suo messaggio per Romeo non è giunto a destinazione; Stefano, latore dello stesso, è stato ferito da un Capuleti.

Atto quinto. Romeo intanto, saputo della morte di Giulietta, giunge alla cripta dove ella è sepolta. Dopo un ultimo bacio dato all’amata, si avvelena. Al risveglio di Giulietta i due si gettano l’uno nelle braccia dell’altra ma la gioia è di breve durata. Romeo cade stroncato dal veleno, Giulietta raccoglie il flacone vuoto e, intuendo l’accaduto, si pugnala. Gli amanti spirano implorando il perdono celeste.

Unica tra le opere di Gounod divenute celebri a conoscere un immediato successo di pubblico e critica,Roméo et Juliettenon sfuggì però al destino di successivi riadattamenti che caratterizza buona parte della produzione operistica del compositore parigino. A parte cambiamenti marginali, che sono testimoniati dalle numerose edizioni a stampa che seguirono la ‘prima’ del 1867, fu la ripresa del ’73 all’Opéra-Comique a richiedere più sostanziose modifiche. Se ne occupò Bizet, direttore d’orchestra per l’occasione, che provvide tagli e ‘accomodi’ vigilato da Londra dall’amico Gounod, di volta in volta combattivo o accondiscendente. Un nuova versione venne quindi preparata per l’approdo trionfale all’Opéra (1888). Per l’occasione l’autore musicò tutti le sezioni parlate, compose l’irrinunciabile balletto, ripristinò l’ingresso del duca di Verona nel finale terzo e ilcortège nuptial et épythalamenel finale quarto, assenti nel 1873. Più fastosamente decorativa, quest’ultima versione andava per certi aspetti in direzione differente rispetto alle intenzioni originarie di Gounod; portato per istinto e per gusto alla scorrevolezza dell’articolazione drammaturgica, Gounod mal sopportava le divagazioni cerimoniali imposte dall’Opéra. PerRoméopoi aveva fin dall’inizio un’idea di struttura ben definita, che prevedeva la fine del quarto atto dopo che Giulietta ha bevuto il narcotico. «Sono affascinato – scrive il compositore alla moglie nel 1865 – dal fatto che il mio quarto atto finisca con effetto drammatico per Giulietta. Il primo atto termina con brio, il secondo tenero e sognante; il terzo animato e ampio, con i duelli e la condanna all’esilio di Romeo; il quarto drammatico e il quinto tragico. È uno sviluppo interessante». Eguale chiarezza di idee Gounod mostra per gli aspetti formali: in una lettera a Bizet (29 ottobre 1872), così replica a una richiesta di taglio nel duetto “O nuit divine” del secondo atto (taglio malauguratamente entrato nella tradizione): «Chiedo si dicadue voltel’ensemble‘De cet adieu’. Senza ciò l’espressione di quest’ultima frase del duetto non ha più energia né il brano forma. Fino a quando si ignorerà che a forza di voler andare più veloci si resta nel più oscuro; e che il sapore e la chiarezza di una frase musicale stanno il più delle volte nel giusto apprezzamento del tempo che ella prende». Tanta esemplare consapevolezza testimonia il compositore giunto all’apice della maturità, e tale risulta essere Gounod nelRoméo et Juliette:ricchezza d’invenzione, mestiere magistrale, senso della misura si compongono qui in una sintesi qualitativamente prestigiosa. A convincere è la temperatura espressiva globale, mantenuta elevata con sorprendente continuità al di là degli esiti spesso assoluti dei singoli momenti; esiti che chiedono almeno una rapida segnalazione. Nel primo atto, percorso per intero da brillanti ritmi di danza, in evidenza la briosa, aerea ‘ballade de la reine Mab’ di Mercuzio, notevole esempio di stile ‘parlante’ alla francese, debitore del brano analogo delRoméoberlioziano. Di rilievo il celebre “Je veux vivre” di Giulietta,valsetra il virtuosistico e il malinconico. Prezioso infine ilmadrigal“Ange adorable”, breve duetto dei due protagonisti: un altro valzer, lento questa volta. Il secondo atto si apre con la cavatina di Romeo (“Ah lève-toi soleil”), elegante, persuasivo esempio delle attitudini elegiache di Gounod. Più oltre, incastonato tra le grottesche schermaglie di servi e nutrice, brilla il duetto “O nuit divine”, melodicamente irresistibile. Il terzo atto, dopo la sobrietà del quadro del matrimonio segreto, propone una verticale progressione di toni. Si va dalla beffardachansondi Stefano (“Que fais-tu”), sorta diremakedella serenata di Mefistofele nelFaust, al drammaticissimo duello successivo, sino alla maestosità del concertato (“O jour de deuil”), che termina con l’esilio di Romeo. Nel quarto atto, altro duetto di Romeo e Giulietta (“Nuit d’hyménée”) che, accanto alla consueta felicità melodica, propone un declamato flessibile e sfumato, che sembra indicare la strada ai futuri sviluppi della vocalità dell’opera francese. A chiusura di questo breve percorso ancora un duetto: “C’est-là”, ultima scena dell’atto quinto. Vertice espressivo dell’opera, questo brano chiama a raccolta i temi dei precedenti incontri dei due protagonisti in un epilogo toccante di amore e morte. Rimasta costantemente in repertorio e prediletta da molti ‘mostri sacri’ della vocalità (qualche nome: Patti, Melba, Thill, Gigli, Corelli), dopo un periodo di relativo appannamento sembra oggi godere di un ritrovato favore. Di questo si deve ringraziare l’arte superiore di Alfredo Kraus, che ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia, ottenendo successi memorabili.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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