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Pauvre Matelot, Le
Complainte in tre atti di Jean Cocteau
Musica di Darius Milhaud 1892-1974
Prima rappresentazione: Parigi, Opéra-Comique, 16 dicembre 1927

Personaggi
Vocalità
il marinaio
Tenore
il suocero
Basso
l’amico
Baritono
sua moglie
Soprano
Note
La più conosciuta delle opere di Milhaud sviluppa un tema ricorrente in parecchie ballate popolari, tra cui una ballata marinaresca canadese del Seicento,Le funeste retour, che il compositore metterà in musica nel 1933. La fonte più vicina, tuttavia, sembra essere una notizia di cronaca in cui si imbatté Jean Cocteau, che ne trasse un libretto offerto prima a Georges Auric e in seguito a Milhaud.

Atto primo. Sulle anguste strade di un porto si affaccia una misera osteria di marinai, gestita con fatica dalla moglie (i personaggi non sono indicati con nome proprio) e dal suocero di un marinaio, partito quindici anni prima per cercare fortuna e di cui non si sa più nulla. La donna (“Malgré ma tristesse”) non vuole convincersi che il marito sia morto in mare e rifiuta, malgrado le insistenze e i rimproveri del padre, la proposta di matrimonio dell’amico, che ha dirimpetto la sua rivendita di vini. Ella è certa che un giorno il marito tornerà, tanto ricco da poter comprare il Café du Commerce; ma anche se tornasse povero ella lo accoglierebbe con lo stesso entusiasmo. Nella notte il marinaio ricompare, come riemerso dal passato; ma, nell’incertezza di ciò che lo aspetta a casa, si fa riconoscere prima dall’amico (“Notre rue est toute petit”), al quale fa promettere il silenzio sul suo ritorno per poter verificare meglio, da sconosciuto, la fedeltà della moglie.

Atto secondo. La sera successiva il marinaio bussa alla porta dell’osteria e, senza farsi riconoscere, dice alla moglie che è venuto a portarle notizie del prossimo ritorno del marito, ancora trattenuto lontano da certi debiti. Lui invece, le racconta, è diventato enormemente ricco nei suoi viaggi: le mostra delle perle di incalcolabile valore (“On préparait mon sacrifice”), quindi le chiede di rimanere a dormire vicino a lui.

Atto terzo. A notte inoltrata, mentre il marinaio dorme profondamente, la moglie rientra con una candela in una mano e un martello nell’altra; dopo qualche esitazione, lo colpisce alla testa due volte, ammazzandolo. Quindi racconta l’accaduto al padre, che nel frattempo è sopraggiunto (“Avec le marteau j’ai frappé”) e che accondiscende senza troppe remore (“Il doit avoir une ceinture pleine d’or”). Mentre i due portano fuori il cadavere per sbarazzarsene, la moglie ripete di averlo dovuto fare per la salvezza del marito.

I tre atti della breve opera si susseguono senza interruzioni, e la forma complessiva ricorda quella della ballata, come se fosse una storia raccontata in una sequenza di canzoni. Non ci sono pezzi chiusi, e i quattro personaggi cantano senza particolari slanci lirici o melodici, sostenuti da un’orchestra molto misurata, resa ancor più austera nella seconda versione del 1934. Milhaud è stato particolarmente scrupoloso nell’attingere i suoi temi da melodie popolari, attirandosi per questo anche le ire di un collezionista dilettante di canti marinareschi, che si sentì defraudato del suo lavoro. In particolare, il ritmo dijavache apre e chiude l’opera, e che ritorna spesso in varie forme come un rondò, intride subito l’atmosfera di un profumo di esotismonoir, che diventerà un elemento essenziale anche in certi film degli anni Trenta, popolati di personaggi che, come questi, vivono sul margine della sottile linea d’ombra che separa il bene dal male, il delitto dal castigo.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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