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Giovedì grasso, Il
Farsa in un atto di Domenico Gilardoni, da Le nouveau Pourceaugnac di Eugène Scribe e Delestre-Poirson
Musica di Gaetano Donizetti 1797-1848
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro del Fondo, 26 febbraio 1829

Personaggi
Vocalità
Camilla
Mezzosoprano
Cola
Basso
Ernesto Rousignac
Tenore
il colonnello
Baritono
Nina
Soprano
Sigismondo
Baritono
Stefanina
Soprano
Teodoro
Tenore
Note
Sette mesi dopoGianni di CalaisDonizetti si ripresentò al Teatro del Fondo con una farsa per la stagione del carnevale 1829. Vi erano impegnati i coniugi Giovan Battista e Adelaide Comelli-Rubini, già applauditi nelGianni, e assieme ad essi il formidabile ‘basso cantante’ – per noi oggi baritono – Luigi Lablache, ottimo attore oltre che dotato di una duttile voce. Il titolo della farsa deriva dalla collocazione stagionale ed è nota anche comeIl nuovo Puorceaugnacper l’esplicito riferimento alla commedia di Molière. In un paese vicino a Parigi, Nina e Teodoro sospirano il loro amore con un duettino affettuoso e scherzosamente carezzevole (“E fia vero amato bene”). Il loro affetto è contrastato dal padre della ragazza, che la ha promessa a Ernesto. Per aiutarli i coniugi Sigismondo e Camilla architettano un piano come quello delPourceaugnacdi Molière. È giovedì grasso, giorno di scherzi, e con le burle faranno «perdere il cervello» a Ernesto: Sigismondo si travestirà da Monsieur Piquet, avvocato, e abbraccerà Ernesto come un suo vecchio amico. La scena si realizza in un frizzante concertato a cinque, molto scorrevole e assai brioso. Appena giunto, Ernesto riesce tuttavia a conoscere dall’ingenua cameriera Serafina il piano ordito ai suoi danni: decide di stare al gioco e di ritorcerlo contro gli autori. Il suo esordio brillante e umoristico (“Qui si fermi il passo incerto”) ne svela lo spirito e il carattere tutt’altro che sciocco, come era in Molière. Camilla, vestita da Madame Piquet, rimprovera il marito di tradirla; allora Ernesto la consola espansivamente e provoca una reale gelosia di Sigismondo: è un amabile terzetto (“A te, all’amico istesso”), caratterizzato da uno smaliziato crescendo di vivacità. Il marito è insospettito ulteriormente da un biglietto lasciato scivolare da Ernesto nella tasca del vecchio servo Cola: Sigismondo scopre il messaggio destinato alla moglie e prorompe in un’adirata aria in dialetto napoletano (“Cola, Co’, non fà zi’meo”), una tarantella spassosa ed elegantemente parodistica, ricca di umori popolari. All’arrivo del colonnello, Ernesto riconcilia Sigismondo con la consorte e approva il matrimonio di Nina e Teodoro. Anche il lieto finale si segnala per scioltezza di scrittura: Nina, Sigismondo e Ernesto hanno un piccolo palcoscenico personale intercalato da un festoso ritornello (“Viva viva il carnevale”). La parte di Ernesto, realizzata per Rubini, è quella di un tenore ‘buffo’ e costituì la maggiore novità per le consuetudini musicali del genere.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi

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