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Olimpiade, L’
Dramma per musica in tre atti di Pietro Metastasio
Musica di Antonio Vivaldi 1678-1741
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro Sant’Angelo, 17 febbraio 1734

Personaggi
Vocalità
Alcandro
Basso
Aminta
Basso
Argene
Soprano
Aristea
Contralto
Clistene
Tenore
Licida
Soprano
Megacle
Soprano
Note
Appartenente al periodo più fulgido dell’attività poetica dell’autore,L’Olimpiadevenne scritta da Metastasio nel 1733, a tre anni dalla nomina a poeta cesareo della corte viennese. Il dramma è stato giudicato da sempre tra le sue creazioni più compiute: soffusa di una grazia poco consueta nel dramma eroico, data la particolarità della scelta del soggetto,L’Olimpiadepuò vantare una ricchezza straordinaria di occasioni drammatiche ingegnosamente disposte lungo lo svolgimento dell’intrigo, unitamente a quelle levigatezza ed eleganza nell’espressione poetica di cui Metastasio fu maestro ammiratissimo. Questa celebrazione dell’amore e della gioventù delle due coppie di amanti, ambientata sullo sfondo pastorale di una remota, arcadica età dell’oro, esprime in termini di cristallina bellezza l’essenza dell’ispirazione sentimentale del genio metastasiano. Numerose e composite sono le fonti cui il poeta attinse per la vicenda: Erodoto e Pausania, leMythologiae(1551) dell’umanista Natale Conti, ma anche Tasso (TorrismondoeAminta), Guarini (Pastor Fido) e soprattuttoGli inganni felici(1694) di Apostolo Zeno. Scritto per il compleanno dell’imperatrice Elisabetta, moglie di Carlo VI, il dramma venne rappresentato per la prima volta a Vienna presso i giardini della Favorita il 28 agosto 1733, nella notevole versione musicale di Antonio Caldara (una delle partiture più importanti del maestro italiano). Tra i drammi più fortunati del poeta,LOlimpiadevenne intonata decine di volte sino all’inizio dell’Ottocento: oltre alle opere qui considerate, il titolo va associato, tra gli altri, ai nomi di Egidio Romualdo Duni (Parma 1755), Johann Adolph Hasse (Dresda 1756), Tommaso Traetta (Verona 1758), Antonio Sacchini (Padova 1763), Niccolò Piccinni (Roma 1768) Pasquale Cafaro (Napoli 1769), Pasquale Anfossi (Venezia 1774), Giuseppe Sarti (Roma 1783), Giovanni Paisiello (Napoli 1786). L’intonazione di Vivaldi rappresenta la seconda ripresa del dramma al di fuori della corte asburgica – vi era stato un allestimento già nel 1733 a Genova – a soli sei mesi dal debutto viennese. Il compositore era impegnato all’epoca con il veneziano Teatro Sant’Angelo per la produzione di due opere nuove (L’Olimpiadee, l’autunno prima,Motezuma). Per Vivaldi fu un periodo di grande attività sulle scene venete: l’anno seguente, dopo due diversi allestimenti al Teatro Filarmonico di Verona, sarebbe tornato a Venezia conGriselda. Il libretto metastasiano venne sottoposto a tagli consistenti: ben nove arie non risalgono al testo originario dell’Olimpiade(provenendo in parte da precedenti opere di Vivaldi).

Atto primo. Nei boschi attorno alla città greca di Olimpia, Licida, creduto figlio del re di Creta, attende impaziente in compagnia del precettore Aminta l’arrivo dell’amico Megacle. Con quest’ultimo ha disposto un piano: poiché il vincitore delle imminenti olimpiadi avrà in premio la mano della principessa Aristea, Licida ha convinto Megacle, che gli deve la vita, a gareggiare sotto falso nome in vece sua e ottenere per lui il premio tanto ambito. Megacle, che nel frattempo è giunto, parte per la sua missione, mentre Licida stenta a frenare la sua impazienza (“Quel destrier, che all’albergo è vicino”). Nella campagna nei pressi di Olimpia fa la sua apparizione in incognito, tra i pastori e le ninfe del luogo, Argene, una ragazza cretese cui Licida aveva promesso il suo amore. Incontra Aristea e le narra la sua lacrimevole storia. Dopo l’abbandono dell’amante, è stata spinta dal re a sposare Megacle: per sfuggire a questa sorte ha lasciato Creta, determinata a ritrovare Licida. Aristea allora le confessa di essere innamorata di Megacle. Giunge intanto il re Clistene, padre di Aristea, annunciando l’imminenza delle gare: sconfortata per il destino che l’aspetta, Aristea prega Argene di recarle qualche notizia di Megacle. In un secondo incontro con Licida, Megacle apprende con angoscia lo scopo del piano dell’amico: dapprima chiede a Licida di lasciarlo riposare (“Mentre dormi, Amor fomenti”), quindi, rimasto solo, è in preda al dubbio se onorare l’amore verso Aristea o l’amicizia verso Licida. Casualmente i due amanti si incontrano: Megacle, tuttavia, non può rivelare ad Aristea il motivo del suo turbamento. Si approssima intanto il momento della gara (duetto “Nei giorni tuoi felici”).

Atto secondo. Aristea e Argene vengono informate da Alcandro dell’esito della gara. La vittoria è toccata a Licida (Megacle, in verità); ad Aristea resta il dolore più amaro (“Grandi, è ver, son le tue pene”). Aminta, che incontra Argene, riflette sull’insensatezza dell’amore giovanile e sulle follie di ogni età (“Siam navi all’onde algenti”). Il re Clistene proclama vincitore dei giochi Megacle, che chiede di sposare Aristea solo una volta giunto a Creta e l’affida nel frattempo a Licida, presentato come suo servo. Il colloquio è interrotto dall’arrivo di Aristea, che scopre con gioia essere Megacle il vincitore. Quando i due amanti restano soli, Megacle chiarisce definitivamente la situazione. Aristea, oppressa dal dolore, sviene. Per non esasperare la propria e altrui disperazione, Megacle decide di partire prima che Aristea riprenda i sensi e affida a Licida un enigmatico addio per la ragazza (“Se cerca, se dice”). Trovando Licida di fronte a sé, Aristea reagisce con sdegno (“Tu me da me dividi”). Dopo che il principe ha subìto anche la furia della respinta Argene, Aminta gli porta la tragica notizia dell’annegamento dell’infelice Megacle. Il re ha intanto condannato Licida all’esilio per la disonestà nella gara. Disperato, questi non trova nemmeno il coraggio di uccidersi (“Gemo in un punto e fremo”).

Atto terzo. Megacle è stato salvato da un pescatore. Ancora deciso a morire, incontra Aristea e quindi Alcandro, che gli narra dell’attentato contro il re: Licida si è avventato con la spada sguainata contro il sovrano, ma, preso dal rimorso, si è fermato prima di colpire ed è stato imprigionato. Condannato a morte, dal carcere invoca continuamente Megacle. Aristea offre di intercedere per lui presso il padre. Inutilmente però. È imminente il sacrificio del colpevole, e gli altri personaggi si preparano al tragico evento (Argene: “Fiamma ignota nell’alma mi scende”; Aminta: “Son qual per mare ignoto”). Di fronte al tempio di Giove olimpico si appresta il sacrificio: Licida chiede di rivedere Megacle prima di morire, mentre il re si sente stranamente turbato (“Non so donde viene”). Commossi, i due amici si incontrano brevemente. Il sacrificio viene però interrotto dall’irruzione di Argene, che, novella Alcesti, si offre come vittima in sostituzione di Licida. Mostra allora un monile che questi le ha donato: esterefatto, Clistene lo riconosce come appartenente a suo figlio Filinto, abbandonato da bambino. Alcandro confessa allora di non aver fatto annegare il bimbo che gli era stato affidato, ma di averlo consegnato ad Aminta. Clistene ha dunque ritrovato in Licida il fratello di Aristea; e tuttavia deve eseguire la condanna. Provvidenziale giunge però la notizia che la giornata in cui Clistene governava a Olimpia è ormai trascorsa: il re non è più dunque competente sul reo. Il popolo decide allora di assolvere Licida.

Questa tarda opera vivaldiana presenta alcuni dei luoghi più emblematici del teatro del compositore. Si consideri la grande scena collocata al centro del dramma, il congedo di Megacle dagli affetti e dalla vita: durante il dialogo con Aristea e il successivo svenimento di quest’ultima, Vivaldi segue l’evolversi delle reazioni degli amanti attraverso un recitativo accompagnato di inesausta inventiva, sensibile alla minima variazione di atteggiamento psicologico, per lasciare il campo al monologo di Megacle, più volte proteso «verso un culmine patetico che sfocia inaspettatamente nel lirismo soave e abbandonato dell’addio» (Degrada). Soluzioni esemplari possono essere rinvenute anche nelle arie, tra cui spicca quella di Clistene “Non so donde viene”, libera interpretazione della tradizionale forma colda capo; “Mentre dormi, Amor fomenti” (Licida), immersa ‘soporificamente’ nell’atmosfera suggestiva creata da un corno solista e dagli archi con sordina; “Siam navi all’onda algenti” (Aminta), impreziosita dalla divisione delle viole in due sezioni a servizio del vigoroso sinfonismo a imitazione della tempesta di mare. L’attenzione del compositore non si è però appuntata sulle sole arie, come dimostra la bellezza del duetto “Ne’ giorni tuoi felici” e dei cori. In occasione di una ripresa successiva, il compositore trasportò la parte di Aminta al registro di soprano. Nel quadro della ‘Vivaldi Renaissance’ novecentesca, l’Accademia Chigiana organizzò a Siena due rappresentazioni in forma scenica dell’opera, nel settembre del 1939.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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