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Catone in Utica
Dramma per musica in tre atti di Pietro Metastasio
Musica di Antonio Vivaldi 1678-1741
Prima rappresentazione: Verona, Teatro Filarmonico, marzo 1737

Personaggi
Vocalità
Arbace
Soprano
Catone
Tenore
Cesare
Soprano
Emilia
Soprano
Fulvio
Contralto
Marzia
Soprano
Note
Per l’allestimento veronese del 1737 Vivaldi mise in musica il secondo e il terzo atto del celebre dramma metastasiano, riscuotendo uno straordinario successo (le spese vennero coperte dopo sole sei recite), testimoniato, oltre che da una lettera del compositore, da uno spettatore d’eccezione, il principe elettore di Baviera Carlo Alberto.

Catone cerca di riorganizzare a Utica la resistenza del partito pompeiano contro Cesare, avvalendosi dell’appoggio del principe Arbace. Tenta così di ribaltare la vittoria dei cesariani, opponendo il suo sdegnoso rifiuto alle offerte di pace giunte dapprima dal senato (tramite Fulvio) e quindi da Cesare stesso, che, arrivato di persona, si vede accolto dal disprezzo più palese dell’uticense. Neanche la richiesta della mano di Marzia (Cesare e la ragazza si amano segretamente) riesce a smuovere l’irriducibile repubblicano, sempre più indignato perché la figlia preferisce il nemico della patria al principe Arbace. Intanto viene organizzata una congiura per assassinare Cesare: Emilia, per vendicarsi della morte del marito Pompeo, induce Cesare a passare per un antico acquedotto, dove la donna l’attende con i suoi sicari. L’arrivo di Marzia e quindi quello di Catone ritardano l’attuazione del piano, sventato del tutto dall’entrata in Utica delle truppe di Cesare. Catone viene convinto a non suicidarsi, mentre il vincitore perdona generosamente i nemici.

Il testo originario venne profondamente alterato: quasi tutte le arie furono sostituite, mentre il suicidio finale di Catone venne impedito, in modo decisamente inverosimile, dalla generosità del nemico. La bellezza e la varietà della musica delCatonetestimoniano i vertici raggiunti da Vivaldi negli ultimi anni della sua carriera operistica. In particolare, si segnala l’inventiva melodica di alcune arie (come “Sarebbe un bel diletto”), che parrebbero uscite dalla penna di Pergolesi; l’intensità espressiva di pezzi come l’aria “Il povero mio core”; la virtuosistica aria di bravura che chiude il secondo atto; l’impeto vigoroso del duetto “Fuggi dal guardo mio”, una sorta di ‘aria di furore’ di Catone, corredata da brevissime esclamazioni di Marzia nella prima sezione; la duttilità dell’orchestra, che trapassa dalla festosità fragorosa di un’‘aria di guerra’ alla mimesi della concitazione creata dal contrasto tra sentimenti, all’evocativa, ben nota scrittura vivaldiana per archi. Il momento culminante della partitura è un’aria sì metastasiana, ma proveniente dallaClemenza di Tito(II,15): “Se mai senti spirarti sul volto”, in cui il fascino del testo risuona nella suggestiva parte degli archi su cui la voce sopranile intesse le proprie ampie, distese volute.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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