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Agenzia Fix
Opera radiofonica in un atto e sedici episodi proprio
Musica di Alberto Savinio 1891-1952
Prima rappresentazione: Parigi, Istituto italiano di cultura, 18 maggio 1992

Personaggi
Vocalità
Angela
Soprano
Bianchina
Mimo
due infermiere
Recitante
il dottor O
Recitante
il padre dell'Uomo
Basso
la madre dell’Uomo
Contralto
l’Uomo
l’Uomo da giovane
un dottore
Recitante
zia Olimpia
Contralto
Note
Fu un itinerario di compositore davvero singolare quello di Alberto Savinio, il poliedrico narratore, pittore e drammaturgo che, a dispetto dell’ampia riscoperta postuma ottenuta in quasi tutti gli eterogenei settori ove si esercitò la sua attività di artista, proprio in quello musicale non ha ancora ricevuto adeguata attenzione critica. Una delle ragioni principali di tale trascuratezza va cercata nella singolarità anche cronologica della biografia musicale di Savinio, che vede tutte le sue opere concentrate nella fase della prima gioventù, tra il 1908 e il ‘15, e negli estremi anni della vecchiaia, ovvero nel quinquiennio 1948-52. Circostanza che indusse Savinio a scrivere, parafrasando scherzosamente Petrolini, che a lui, come musicista, «l’aveva rovinato la guerra». Alludeva alla prima guerra mondiale e a quella primavera del 1915 durante la quale egli lasciò Parigi: vi aveva vissuto cinque anni intessendo importanti rapporti con il mondo dei Ballets Russes di Djagilev e con figure quali Apollinaire, Picasso e Fokine, componendo balletti che gareggiavano con quelli di Erik Satie nell’audacia estraniata del loro clima tra il surrealista e il metafisico; ma allo scoppio delle ostilità rientrò subito in Italia, insieme con il fratello Giorgio De Chirico, ad arruolarsi come volontario.

Fino ad allora la carriera di Andrea De Chirico – il suo vero nome, che mantenne fino al 1912, quando si rese indispensabile evitare confusioni con il fratello – era stata a dir poco promettente. Fanciullo prodigio, si era diplomato a soli dodici anni in composizione e in pianoforte eseguendo ilPrimo concerto per pianoforte e orchestradi Cajkovskij; qualche anno dopo, a Monaco, aveva studiato contrappunto con Max Reger. E al passaggio di Pietro Mascagni in quella città gli aveva sottoposto, ricevendone calorosi incoraggiamenti, lo spartito diCarmela, sua prima e perduta opera, di più che presumibile impronta verista. Ma presto Savinio si orientò verso altri lidi espressivi e, giunto a Parigi, si mise al lavoro a una nuovo progetto,Le Trésor de Rampsenitsu un libretto, tratto dalleStoriedi Erodoto, del musicologo Michel Dimitri Calvocoressi (la partitura è pervasa dall’influsso di Musorgskij: il compositore dichiarò più volte, infatti, di aver ricavato un folgorante e indelebile ricordo dalla leggendaria versione diBoris Godunovinterpretata da Fëdor Saliapjn). L’opera rimase incompiuta al terzo dei quattro atti previsti. Ma ai tentativi successivi, che sfociarono nei ballettiPerséeeDeux amours dans la nuite nella ‘tragedia mimica’La Mort de Niobé, tutti del 1913, Savinio trovò quello che di lì in poi sarà il timbro dominante del suo linguaggio: collocabile accanto allo Stravinskij diPetruskaeSacreper le armonie politonali, le melodie icastiche e i ritmi tellurici, al Satie del periodo ‘umoristico’ per lo spirito iconoclasta con cui quei materiali vengono giustapposti e fatti collidere. ConLes chants de la mi-mort(‘Scene drammatiche tratte da episodi del Risorgimento’, 1914), questo repentino balzo verso i linguaggi del futuro trovò la sua espressione più alta. È un lavoro teatrale che sarebbe riduttivo definire ‘opera’: è in effetti unapiècedi teatro d’avanguardia intessuta di elementi pantomimici, una vera e propria messa in scena dei temi e delle suggestioni di quella fugace e suprema stagione della metafisica pittorica, allora elaborata parallelamente e in mirabile simbiosi, dai due fratelli. L’elemento sonoro vi ha un peso paragonabile a quello di una musica di scena; e se André Breton ebbe a riconoscere che in quel teatro si rinvengonoin nucemolte delle idee che nel decennio successivo il surrealismo si incaricherà di divulgare, riguardo alla musica John Cage ha parlato del segno personale e pionieristico di un «collage composer», in cui il ‘montaggio’ di disparati frammenti obbedisce, oltre che a una logica presurrealistica dell’inconscio, a procedimenti che diverranno più consueti solo alle avanguardie degli anni Cinquanta (del valore deiChantssi rese meritoriamente consapevole Luigi Rognoni, che promosse la ‘prima’ assoluta dello spettacolo, Milano 1976).

Conclusosi il trentennio del ‘grande silenzio’, nel corso del quale Savinio fu a lungo pittore (fatto segno in vita di scarsi riconoscimenti, mentre oggi le sue quotazioni e critiche e di mercato quasi uguagliano quelle del fratello), e ancor più assiduamente narratore e saggista (solo da un paio di decenni valutato appieno nel suo valore), il ritorno a Euterpe coincise con il ballettoVita dell’Uomo(1948), proseguì conAgenzia FixeOrfeo vedovo, per chiudersi con una seconda opera radiofonica oltre a quella qui trattata,Cristoforo Colombo(1952). L’ammiraglio dell’Oceano vi figura in veste di patetico fantasma, sopravvissuto per quattro secoli e mezzo alla sua morte fisica, e fa la sua comparsa a Washington ai giorni nostri, per andare a incontrare il presidente Truman e fargli capire, novello profeta, quanto gli intendimenti cristiani del suo viaggio siano stati traditi dalla protervia materialistica, dalla sete di conquista e di denaro della razza bianca. Nonostante certe enfasi moralistiche che sfiorano la retorica, e talune lungaggini (la durata supera le due ore e mezza), l’opera consegue una sua complessiva efficacia, ma la musica vi occupa un posto tutto sommato marginale e discontinuo, con episodi che, a mo’ di interludi, punteggiano estese e prevalenti sezioni in prosa.

ConAgenzia Fixsiamo invece di fronte al più significativo esito del teatro musicale di Savinio, se non altro tra i titoli del secondo dopoguerra. La sua fortuna è stata peraltro sinora molto limitata – rammentiamo, quale motivo di ulteriore ostacolo a eventuali allestimenti, che siaAgenzia Fixsia gran parte della musica di Savinio è tuttora manoscritta. Dopo la ‘prima’ radiofonica (Roma 1950, direttore Carlo Maria Giulini, Arnoldo Foà nel ruolo del dottor O) è seguito soltanto l’allestimento di Parigi, su iniziativa del regista milanese Marco Carniti e dello scrivente (Umberto Ceriani e Daniel Berlioux nei ruoli di O e di Cristoforo Colombo; nella stessa occasione venne data anche una rappresentazione in forma ridotta diColombo).

Si ode un colpo di pistola: un uomo ha tentato con successo il suicidio. Si trova catapultato nel più imprevedibile degli aldilà: è giunto nel mondo dell’Agenzia Fix. Qui il suo Virgilio assume l’identità del dottor O, il consigliere delegato dell’Agenzia («O rotondo, circolare, è il segno dell’eternità»), che gli illustra ragioni e scopi dell’organizzazione. «Capisco. Lei è disgustato da un mondo soggetto al tempo, nel quale niente dura. Tutto passa, tutto muore. E si è cacciato una pallottola in testa». Ma non c’è motivo di pentirsi di un gesto così estremo, lo rassicura O. «Il tempo che uccide, consuma, non traversa questo nostro mondo. Qui la vita è ferma. Quello che è lei ha così lungamente, profondamente e vanamente desiderato, eccolo attuato qui»; tutto ciò meritava di non morire, nell’agenzia viene infatti conservato, ‘fissato’ per sempre. Ora l’uomo comprende il senso della provvidenziale organizzazione. Nel mondo, dopo un’incursione a volo d’uccello in compagnia di O, comprende che non è il caso di tornare: il dolore avvolge ogni cosa. Gli è consentito invece di assistere, con gioia e trepidazione, «al prezioso riassunto della sua vita», di rivedere la propria infanzia e la giovinezza (la donna amata «suonava l’arpa, e le sue mani erano divine. Morì a ventidue anni, di tifo. Lei la rimpianse per tutta la vita»), i genitori, l’intima solitudine della vita a Parigi: tutti come dei desolati e cari manichini da museo delle cere. Sfilano le sole persone e i soli fatti che, seppure perlopiù dolorosi, hanno assunto vero e struggente significato nel profondo dell’anima dell’uomo, e meritavano di essere serbati in perpetuo nella memoria. E la vita del suicida che viene rievocata altra non è che quella di Savinio medesimo che, mentre O fa da narratore, formula le sue reazioni a quanto vede e sente non con le parole, ma con la voce grave e pastosa del clarinetto basso. L’uomo si guadagna quindi l’ingresso nelle regioni supreme, nell’Olimpo dell’Agenzia: ha infatti dimostrato di saper amare quanto ha rivisto non più nel mezzo delle sofferte emozioni umane, ma con sguardo distaccato, di divertita rassegnazione: ha dimostrato di saper amare, è il caso di dire,sub specie aeternitatis. Accolta dalla fanfara «di un Marte alla Offenbach», l’uomo ritrova, nel superiore piano dell’Olimpo le persone amate, che passeggiano tra dèi e «dee dalle fogge di giganteschi pavoni e colombe». Ma presto il sogno è destinato a infrangersi. Gli ospiti dell’agenzia compiono il loro abituale rito: «tirano su» il sole, un loro speciale sole: e all’uomo appare, accompagnato dalle grida degli ospiti, un astro nero. Subito la visione si dissolve. Torniamo alla realtà terrena e capiamo che solo in quell’ultimo attimo l’uomo ha cessato di vivere, concludendo una sorta di delirio a voce alta. Il medico commenta l’accaduto: «Non parlerà più. È orribile. Come se avesse visto in faccia più che la morte. L’eternità. Il segno dell’esperimento più mostruoso».

Ingegno freddo e cerebrale, demolitore di miti, devoto di Voltaire e di Rossini, di Luciano di Samosata e di Nietzsche, Savinio non sempre riuscì a spogliarsi della maschera dell’artista ‘troppo’ intelligente, dell’uomo ‘che ha letto tutti i libri’: in altri termini, del quasi-filosofo che, più che fare arte, se ne serve per manifestare una visione del mondo. Spesso la sua arte fu frenata proprio da quella che appariva la sua forza; dallo schermo pudico della sua proverbiale ironia, che, se tanto giovò alla brillantezza spiritosa del saggista, causò una presa di distanza dal necessario contatto con il calore della materia poetica. InAgenzia Fixquella maschera talora didascalica cade, e vediamo il ‘vero’ Savinio con un grado di sincerità quale forse mai si rivela nella sua letteratura e nel suo teatro. Di qui l’unicità diAgenzia Fix, che si riallaccia alla accennata e più generale singolarità della musica nel suo personale ‘sistema delle arti’. Savinio sceglie la musica nella prima gioventù, la ripudia e la ritrova solo alla soglia della morte perché ne teme l’abbraccio asemantico e carico di emotività, il rischio del periglioso abbandono ai moti dell’inconscio e a ciò che esula dall’autocontrollo razionale: ‘Musica, estranea cosa’, intitolò un suo articolo chiarificatore della delicata questione. Appunto per questoAgenzia Fixè tra le sue opere che senza dubbio ‘restano’. L’estraneità qui è vinta: l’ironia e il lirismo, il distacco e la commozione non si oppongono più, ma trovano la via di una misteriosa convivenza. Ne consegue, a determinare il clima dell’opera, quella che può apparire sì una dolce malinconia, ma che non deve far supporre una tristezza senza scampo. «La tristezza è disperata, la malinconia viene nelle ‘soste’ della speranza; la tristezza esclude il pensiero, la malinconia se ne alimenta; guardate come ‘pensa’ laMalinconiadi Dürer», ci ricorda Savinio. E a questa sua agrodolce confessione di amori e solitudini esistenziali non avrebbe potuto dare che il timbro della malinconia se è vero, come notava egli stesso riprendendo ilFedone, che «un giorno una divinità, avendo tentato di confondere il dolore e la voluttà, e non essendo riuscita, volle che almeno in un punto aderissero insieme»: ne nacque la malinconia.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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