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Caterina Cornaro
Tragedia lirica in un prologo e due atti di Giacomo Sacchero
Musica di Gaetano Donizetti 1797-1848
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo, 12 gennaio 1844

Personaggi
Vocalità
Andrea Cornaro
Basso
Caterina Cornaro
Soprano
Gerardo
Tenore
Lusignano
Basso
Matilde
Mezzosoprano
Mocenigo
Basso
Strozzi
Tenore
un cavaliere del re
Tenore
Note
Commissionata dall’impresario del teatro viennese di Porta Carinzia, Bartolomeo Merelli, sull’onda del successo caloroso dellaLinda di Chamounix, l’opera fu composta nei mesi che intercorrono tra le ‘prime’ di quest’ultima e delDon Pasquale. Il debutto venne cancellato: i viennesi si accorsero che lo stesso soggetto era stato musicato l’anno precedente da Franz Lachner e chiesero al compositore di sostituirlo. Donizetti si dedicò allaMaria di Rohan, rappresentata al Teatro di Porta Carinzia nel giugno 1843, e cercò un teatro che ospitasse l’opera rifiutata. Due mesi dopo il trionfo delDom Sébastiena Parigi,Caterinafu fischiata al San Carlo di Napoli. Il compositore, al quale non era stato possibile assistere alle prove e alla concertazione della partitura, aveva previsto lucidamente l’insuccesso: «Attendo con ansietà le nuove del fiasco diCaterina Cornaroa Napoli. La Goldberg per primadonna è la mia prima rovina senza saperlo. Scrissi per un soprano, mi danno un mezzo! Dio sa se Coletti, se Fraschini intendono le parti come le intesi io; Dio sa se la censura qual macello ha fatto», scriveva al cognato nel gennaio 1844. Nell’inverno 1844-45 si dedicò a un rifacimento, che prevedeva un finale diverso; la nuova versione fu rappresentata a Parma (2 febbraio 1845), protagonista Marianna Barbieri-Nini. La vicenda è tratta dal libretto che Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges scrisse perLa Reine de Chypredi Jacques Fromental Halévy (Parigi 1841), libretto che servì anche come traccia perLa regina di Ciprodi Giovanni Pacini (Torino 1846). La vicenda storica di Caterina Cornaro, letta in una luce risorgimentale nel libretto di Sacchero, aveva anche ispirato una tragedia di Scribe e un dipinto di Hayez (Giorgio Cornaro inviato a Cipro dalla Repubblica Veneta fa conoscere alla Regina Caterina Cornaro, sua parente, ch’ella non è più padrona del suo regnoecc., 1842). Alcuni tocchi di colore locale differenziano l’ambientazione del prologo (Venezia) da quella degli atti successivi (Cipro): nel preludio, ad esempio, compare una barcarola che Caterina ascolterà più avanti, cantata dalle voci lontane dei gondolieri, da una stanza di palazzo Cornaro.

Prologo. Si svolgono le nozze fra Caterina e Gerardo: gli sposi, dopo il coro introduttivo, intonano un duettino (“Tu l’amor mio, tu l’iride”) che rappresenta una versione alternativa di “Tornami a dir che m’ami”, il duetto dell’ultima scena delDon Pasquale. Irrompe l’ambasciatore Mocenigo, che fa sospendere la cerimonia e in un colloquio privato con Andrea Cornaro spiega a questi che, per volontà del Consiglio dei Dieci, sua figlia Caterina dovrà sposare il re di Cipro Lusignano. Nelle sue camere, Caterina invoca il promesso sposo, che dovrà giungere a momenti per rapirla; la sua cavatina “Vieni, o tu che ognora io chiamo” si collega direttamente, senza tempo di mezzo, alla cabaletta (“Ah, vieni, t’affretta”). Mocenigo informa la donna che il tentativo di fuga avrebbe come conseguenza l’uccisione immediata di Gerardo: ella dovrà fargli intendere di non amarlo più e cacciarlo. Caterina riceve l’amato mentre i soldati di Mocenigo, nascosti, spiano l’incontro: Gerardo, alla falsa confessione, parte sconvolto.

Atto primo. Sulla piazza di Nicosia, Mocenigo trama per suscitare una rivolta che renda Venezia padrona dell’isola, e per eliminare Gerardo. Entra in scena Lusignano, il quale si dichiara consapevole del fatto che, con il matrimonio, è caduto nel complotto dei Veneziani: Caterina è stata una pedina nelle mani del Consiglio. All’aria di Lusignano, “Da quel dì che Caterina” (piuttosto una cabaletta strofica, rispetto alla precedente aria di Mocenigo), segue un feroce coro di sgherri, che preparano l’imboscata a Gerardo. L’attentato è sventato da Lusignano, che dapprima non viene riconosciuto da Gerardo. Nel dialogo successivo, Lusignano viene a conoscenza del rapporto che legava Gerardo a Caterina. Conosciuta l’identità di colui che gli ha sottratto la promessa sposa, Gerardo prova vergogna per l’odio manifestatogli in precedenza, e inizia un cantabile che esprime al re il dolore patito (duetto “Vedi: io piango. Non por mente”). Questi risponde con parole di perdono, e i due si giurano eterna fedeltà: come un fratello, Gerardo veglierà sul re minacciato. Il duetto si inserisce nella tradizione ottocentesca dei duetti di amicizia maschile, molti dei quali si trovano in opere donizettiane: ricordiamo quello tra il protagonista e Alamiro (in realtà suo figlio) nelBelisario, e il duetto fra Camoëns e Dom Sébastien nell’ultima opera del compositore. Lusignano, debole e ammalato, si confida con la sposa, e le dichiara di essere a conoscenza di quanto ella ha dovuto sopportare: nella parte conclusiva della sua romanza (“Non turbarti a questi accenti”, in un unico tempo) interviene molto discretamente anche Caterina. Gerardo viene ricevuto dalla regina; i due si riconoscono, Caterina ha occasione di giustificare il suo antico rifiuto spiegandone le ragioni. Come nel caso della scena precedente con il marito, anche ora i sentimenti espressi sono quasi velati da un’ombra di pudore e da uno spirito di rassegnazione che, nella cornice a fosche tinte dell’opera, sembrano essere le dimensioni espressive predominanti dei nobili protagonisti (duetto “Da quel dì che lacerato”); essi sono infatti consapevoli che il loro amore, ancora vivo, deve essere sacrificato agli obblighi sociali a cui sono vincolati. Gerardo svela a Caterina il complotto ordito per eliminare Lusignano, ma è interrotto da Mocenigo, che cerca di coinvolgere Caterina nella rivolta, pena l’accusa di tradimento nei confronti del marito; in difesa della sposa interviene lo stesso Lusignano, e l’atto termina con un quartetto in cui si dichiara guerra a Venezia.

Atto secondo. Mentre infuria la battaglia, Gerardo ha modo di confermare la propria fedeltà al re, schierandosi contro i Veneziani; le dame di corte, «in disperata costernazione», descrivono il tumulto che le circonda in un coro contrappuntistico violentemente descrittivo. Caterina prega per il proprio sposo (“Pietà, o Signor, ti muovano”, con accompagnamento di quattro corni). Esulta quando è raggiunta da abitanti e guerrieri di Cipro, vittoriosi; ma la sua gioia ha breve durata: Lusignano, ferito a morte, si avanza sorretto da Gerardo. Il re si spegne affidando le sorti del popolo alla sposa, nel nome della riconquistata libertà (un toccante Larghetto inserito nel tempo di mezzo del finale, fra la preghiera di Caterina e la cabaletta). Con impeto epico e risorgimentale, Caterina conclude l’opera chiedendo un giuramento di fedeltà al suo popolo, con uno slancio patriottico che fa presagire i moti dell’imminente ’48 italiano (“Non più affanni, o mie genti, e preghiere”).

La ripresa in tempi moderni ha avuto luogo al San Carlo di Napoli, nel 1972, con Leyla Gencer, Renato Bruson e Giacomo Aragall. Leyla Gencer ha cantato l’opera l’anno successivo, in forma di concerto, alla Carnegie Hall di New York; nell’autunno dello stesso anno Montserrat Caballé ha eseguitoCaterinaalla Salle Pleyel di Parigi.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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