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Carnevale di Venezia, Il
ovvero Le precauzioni Opera buffa in tre atti di Marco D’Arienzo
Musica di Errico Petrella 1813-1877
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro Nuovo, 20 maggio 1851

Personaggi
Vocalità
Albina
Mezzosoprano
Cola
Basso
il conte Bietola
Basso
Mimosa
Contralto
Muzio
Basso
Oreste
Tenore
Pasqualino
Tenore
Pilade
Baritono
Romilla
Soprano
Zanni
Basso
Note
L’opera si rivelò tra le commedie più fortunate di metà Ottocento, ed ebbe tanto successo da doversi replicare per un intero anno; sul ‘Giornale Ufficiale’ di Napoli si scomodarono addirittura i conclamati geni di Paisiello e Cimarosa, dei quali si affermava di aver qui ritrovato lo spirito.

A Venezia (sebbene i personaggi derivino inequivocabilmente dai prototipi napoletani), durante gli ultimi giorni del carnevale. Muzio tiene segregate le due giovani e attraenti figlie per proteggerle dalle attenzioni indesiderate dei pretendenti. Tra questi Oreste e Pilade, due bellimbusti, sono determinati a fare la loro conoscenza, con la complicità del conte Bietola. Dovendo partire per affari, Muzio affida la custodia delle figlie al ‘servo sciocco’ Cola, con l’ordine tassativo di non far entrare né uscire nessuno da casa. Ma per le due ragazze, di concerto con Mimosa, è facile abbindolare Cola e guadagnare la libertà. Uscite di casa, incontrano Oreste e Pilade e vanno con loro in un vicino caffè; nello stesso locale arrivano per caso anche Cola, Mimosa e, inaspettatamente, Muzio. Cosa accadrà? Mimosa, Albina e Romilla vengono ricondotte a casa, ma mentre Muzio redarguisce Cola, Pilade e Oreste scalano il muro di cinta, raggiungono le rispettive amanti e si fanno sorprendere da Muzio che, per l’onore delle figlie, è costretto ad accettare la loro doppia offerta di matrimonio. Arriva infine anche il conte Bietola, che chiede la mano di Mimosa e tutto finisce in gloria.

Petrella tratta questo esile intreccio con grande vivacità e humour. La sua partitura è famosa per l’uso esteso del ‘parlante’ (una sorta di declamazione vocale con accompagnamento dell’orchestra, come accade nella singolare ‘Storia di Arlecchino’, nel finale del terzo atto): un espediente criticato da Verdi in quanto, a differenza di quanto accade nelle commedie di Ricci, qui non contribuisce a far procedere l’azione, né i personaggi risultavano altrettanto ben delineati. Va tuttavia notato che in quest’opera la comicità è ancora di forte tempra, «limitata e locale, ma sempre fresca» (Pannain), talvolta delicatamente velata di malinconia. L’impianto dell’opera, benché convenzionale, si sostanzia di una melodicità spontanea, che si avvale di collaudati espedienti comici per adattarli a situazioni particolari, come nella cavatina ‘idrofoba’ di Muzio “Che importa a me se dicono” (I,9) o nel quartetto “Cola... Che c’è?”, nel quale Albina, Romilla e Mimosa abbindolano il servo sciocco (II,5; il brano è vivacizzato da continui mutamenti dell’andamento agogico). Tali caratteristiche giustificano il successo del lavoro, che ebbe quaranta rappresentazioni; una seconda versione venne approntata per Milano e andò in scena al Teatro Santa Radegonda il 16 febbraio 1858.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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