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Campiello, Il
Commedia lirica in tre atti di Mario Ghisalberti, da Goldoni
Musica di Ermanno Wolf-Ferrari 1876-1948
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 11 febbraio 1936

Personaggi
Vocalità
Anzoleto, marzer
Basso
dona Cate Panciana, vecia
Tenore
Fabrizio dei Ritorti, zio di Gasparina
Basso
Gasparina, giovane caricata
Soprano
Gnese, fia de dona Pasqua
Soprano
il cavalier Astolfi
Baritono
Lucieta, fia de dona Cate
Soprano
Orsola, fritolera
Mezzosoprano
Pasqua Polegana, vecia
Tenore
Zorzeto, fio de Orsola
Tenore
Note
L’ultima opera di Wolf-Ferrari appare, per più di un aspetto, una sorta di testamento musicale e spirituale, composto in una casa della periferia romana, in primavera, dove l’autore, ispiratissimo, si era quasi segregato, lontano dal chiacchiericcio del mondo, quasi a ritrovare un equilibrio umano e musicale. Il testamento prende forma nel richiamo ai suoi maestri di sempre: Goldoni, Mozart, il Verdi di Falstaff, nell’omaggio a una civiltà culturale fuori del tempo e dello spazio, in una sorta di Olimpo ironico ed elegiaco insieme.

Atto primo. In un campiello veneziano vivono varie persone: Gasparina con lo zio Fabrizio; due vedove bramose di nuovo marito e madri di belle figlie da marito, la sdentata Cate Panciana, con Lucieta, e la sorda Pasqua Polegana, con Gnese; e Orsola, venditrice di frittelle, col figlio Zorzeto. Fra le case del campiello c’è una locanda, dove da poco alloggia il napoletano cavalier Astolfi, senza una lira ma amante della bella vita: gli piace Gasparina che, vanitosa com’è (‘caricata’ ovvero affettata, tanto da usare la ‘z’ al posto della ‘s’), sta al gioco della sua corte; e gli piacciono, al contempo, Lucieta e Gnese. Ma queste al gioco non stanno, innamorate come sono Lucieta (gelosa di Gnese) del merciaio Anzoleto (geloso di Zorzeto) che sta per sposare; e Gnese di Zorzeto, col quale ha avuto il permesso di fidanzarsi da Orsola: ma per il matrimonio c’è tempo. A Lucieta il cavalier Astolfi offre un anello che ella, sdegnata, rifiuta: lo prende per lei sua madre Cate mentre il cavaliere si concentra sulla benevolente e leziosa Gasparina.

Atto secondo. Mentre Fabrizio si lamenta del chiasso nel campiello, Astolfi invita a pranzo tutti quanti. La sdegnosa Gasparina, che non si vuol mischiare col popolino, rifiuta; ma l’occasione è buona lo stesso per il cavaliere, che può parlare al termine del convito con Fabrizio, chiedendogli in sposa la nipote. Fabrizio, napoletano pure lui, sa di che consistenza sia la condizione del cavaliere, ma non vede l’ora che Gasparina se ne vada di casa, e asseconda il progetto matrimoniale. Così Astolfi e Gasparina possono parlare un po’, giusto prima che, a forza di vino, si passi da un inizio di lite a un ballo generale.

Atto terzo. Sempre più irritato dal gran chiasso del campiello, Fabrizio sta trasferendosi, ma ancora può invitare a casa Astolfi. Crucciato è Anzoleto, perché Lucieta è andata a casa di Orsola e Zorzeto: la aspetta e, quando esce, le dà uno schiaffo. Poi si riconcilia con l’amata per intervento di Cate, e quindi di nuovo si irrita vedendo passare Zorzeto, che insulta. Questi risponde a sassate: il campiello diventa tutto una rissa. Ma Astolfi interviene pacificatore e invita tutti un’altra volta, stavolta a cena. A tavola tutto si riappacifica; e il cavaliere annuncia che sta per sposarsi con Gasparina, con la quale se ne andrà da Venezia. Gasparina, commossa, saluta la sua città e il campiello dov’è vissuta (“Bondì Venezia cara”).

Il dialetto goldoniano del Campiello riceve da Wolf-Ferrari un trattamento di mano leggerissima e di effervescente inventiva melodica, frutto di una grande elaborazione sull’impianto felicemente teatrale secondo l’insegnamento appreso da Falstaff, soprattutto dalle scene del chiacchiericcio e intorno alla cesta di panni, piuttosto che da quelle monopolizzate dal protagonista. Diurno e malinconico, Il campiello ha colori di iridescenza argentea, impossibile dire se colti su un’alba o su un tramonto. La sua matrice è viennese, se si colgono gli echi dalle danze popolari di Schubert proprio all’inizio, e l’innervatura, che è tutt’intera un omaggio a Mozart. In quest’opera incantevole, il compositore ha preferito la freschezza del risultato alle teorizzazioni: ma Wolf-Ferrari non fa né operazioni di retroguardia né restaurative. Di fronte al bouquet profumatissimo della sua musica si comprende che egli ha deciso di cantare di nuovo in un ininterrotto omaggio alla sua musa, e tra i profumi che si colgono nell’ascoltarlo, di gran lunga dominante è quello del Novecento, che dialoga con la franchezza settecentesca, popolare e mai incipriata, in un fuori del tempo (‘Zeitloses’) da lui intravisto in Mozart e sempre inseguito.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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