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Didone abbandonata
Dramma per musica in tre atti di Pietro Metastasio
Musica di Domenico Sarro 1679-1744
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Bartolomeo, 1º febbraio 1724 (seconda versione: Venezia, Teatro San Giovanni Gris

Personaggi
Vocalità
Araspe
Contralto
Didone
Soprano
Enea
Soprano
Iarba
Contralto
Osmida
Contralto
Selene
Soprano
Note
Gli anni dellaDidone abbandonatasono per Sarro un periodo compositivamente felice, segnato da importanti riconoscimenti (tuttavia breve, se di lì a poco comincerà a essere trascurato per i più aggiornati Vinci e Leo). Sarro, per quest’opera, ha dalla sua uno straordinario libretto: è il primo lavoro importante di un precocissimo poeta di ventisette anni, entrato nell’accademia d’Arcadia a soli venti, che si fa chiamare Metastasio. La capacità di questo giovane di organizzare un libretto d’opera stupisce: egli non racconta una storia, racconta emozioni. Enea è già risoluto a partire quando inizia il dramma, e Didone fin dal primo verso sa già che lo perderà, come perderà il suo regno, ormai insistentemente assediato da Iarba. Tutto ciò che poteva accadere è già accaduto prima che si alzi il sipario. Cos’altro si potrebbe narrare? Ebbene, Metastasio in tre atti, fulminei, essenziali, densissimi, senza una sbavatura, senza compiacimenti, perfettamente calibrati, ci spiega Didone, il suo dolore, la sua disperazione, la sua forza e la sua debolezza, e ci spiega Enea, i suoi dubbi, la fatica di svolgere un ruolo, le angosce di dover far terra bruciata per assolvere un voto. Ogni nuovo accadimento (gli amori taciuti di Selene, il tradimento di Osmida, il rigore di Araspe, le volgarità di Iarba), ogni nuova scena serve a rivelare una sfumatura della disperazione di Didone e di quell’altra, diversissima, di Enea – questa scelta, quella subita. La musica coglie al meglio le sollecitazioni del libretto. Su una partitura densa (con un’orchestra in genere a sei parti, con legni e ottoni, che nei momenti più elaborati raggiunge le dieci) Sarro distribuisce le sue arie – dal carattere sempre netto e preciso – in una dosata alternanza di momenti languidi e terribili, drammatici e pastorali. Così, se quasi tutti i personaggi possono dar prova della loro abilità vocale con prodigiosi virtuosismi, in arie ricche di trilli, scalette, volatine, ribattuti d’ogni sorta, incessantemente scambiati fra voce e orchestra (per esempio l’allegro di Iarba nel primo atto), ugualmente grande impegno drammatico impongono gli altri momenti, seppur dalla scrittura meno serrata: ecco il recitativo accompagnato di Iarba (atto primo), tutto introspettivo, che coglie l’indecisione, la paura, il tormento del tiranno attraverso l’incessante alternanza fralargoepresto(fino a cinque volte in due battute), fra valori larghi e improvvisamente rapidi, fra tempi rubati e subito rilassati; ecco ancora la grande aria di Enea, “A trionfar mi chiama”, con trombe, oboi, corni da caccia, e archi, che cesella la voglia di gloria dell’eroe con ripensamenti e angustie risolti nel rapido cambiamento del colore orchestrale, nella distribuzione sapientissima delle parti. Ma chi più di tutti accoglie le sentite raffinatezze di Sarro è lei, Didone, che inizia prima amorosa (con un ‘obbligato’ dall’interessante scrittura virtuosistica), poi altera (“Son regina e sono amante”), e che presto si rivela in tutta la sua tragicità, nei due elaborati ed estesi momenti che chiudono l’uno il secondo atto e l’altro l’intera opera. Se la prima volta il recitativo secco, trasformato in accompagnato, si sfoga in un’intensa e disperatamente patetica aria, dalla cupa (eppur nobilissima) tonalità di do minore, la conclusione dell’opera diventa uno straordinario momento di teatro drammatico, dove Didone canta la sua morte sul melodiare composto di un recitativo sofferto; di fronte a lei Cartagine in fiamme (i lapilli descritti da improvvise vibrazioni dell’orchestra), finché sull’improvvisa, brevissima e asciutta turbolenza degli archi s’uccide: rapide note terribili cadono e tacciono improvvisamente.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi

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