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Diavolo nel campanile, Il
Grottesco in un atto proprio, dal racconto The Devil in the Belfry di Edgar Allan Poe
Musica di Adriano Lualdi 1885-1971
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 21 aprile 1925

Personaggi
Vocalità
Carpofonte
Basso
Eunomia
Soprano
il custode dell’orologio
Baritono
il diavolo
Recitante
Irene
Contralto
Tallio
Tenore
Note
Appartenente al gruppo di musicisti che più si legarono all’apparato fascista, Adriano Lualdi svolse un’intensa attività di critico musicale e direttore d’orchestra, oltre che di compositore, promuovendo fieramente un ideale nazionalistico contrario a ogni ricerca di ‘modernismo’. Con quest’opera intese realizzare il progetto di un teatro da camera, portando sulla scena musicale il grottesco. La stesura di un libretto dai toni caricaturali e satirici avrebbe dovuto prestarsi con naturalezza all’impiego di deformazioni di frasi musicali celebri e ad allusioni parodistiche, motivando la giustapposizione di differenti stili; lo stesso apparato scenografico avrebbe potenziato i suoi intenti, facendo uso di scene multiple, quasi una sperimentazione per l’epoca. In verità il risultato complessivo, malgrado il grande entusiasmo con cui fu accolta l’opera, presenta un grado di eterogeneità che ha sempre più diviso la critica, specialmente in occasione delle riprese italiane negli anni Cinquanta. Lualdi dilata considerevolmente la vicenda narrata da Poe, introducendo dei personaggi e rendendoli oggetto – in ‘omaggio’ alla tirannia della vita moderna – di una sequenza di eventi intriganti, culminante nel sorprendente finale.

In una immaginaria città fatta di case tutte uguali, di giardini tutti uguali, di famiglie tutte uguali, la vita scorre regolata dal ritmo inesorabile i numerosi orologi. Sul campanile sta l’orologio conosciuto come ‘l’infallibile’, emblema dell’Ordine; il fuoco sacro della dea Regola è tenuto sotto stretta sorveglianza da dieci vecchioni dalla barba fluente. Tutto sembra scorrere nella più assoluta normalità, comprese le tresche fra le giovani donne e i giovani uomini, a danno dei rispettivi ignari anziani consorti. Ma un giorno il diavolo si introduce nel campanile, immobilizza il guardiano e si permette di scatenare una rivoluzione del tempo, manomettendo l’orologio: la città sembra impazzire. Il diavolo, disgustato però da quello che vede e ancor più da quello che sente, decide presto di abbandonare il campo. La situazione può così ritornare alla normalità: una ‘nuova’ normalità, a dire il vero, finalmente liberata dall’incubo della pedanteria e governata dal supremo ideale dell’Amore.

In occasione della ripresa dell’opera al Maggio musicale fiorentino (Teatro Comunale, 21 maggio 1954), Lualdi ha trasformato il finale in una parodia dell’atonalità e della dodecafonia, giudicate simbolo di confusione e disordine: la ‘Passacaglia del mondo alla rovescia’ intende illustrare il capovolgimento del mondo, quando il diavolo fa scorrere all’indietro il tempo e la gente danza una «marcia funebre di dodici semi-passi». La distorsione del tema del preludio dell’opera, attuata nella ‘Passacaglia’, si avvale anche dell’impiego di una tecnica divisionistica nell’orchestrazione: l’effetto è notevole. La presenza di aspetti atonali – decisamente superiore in questa seconda versione del finale – crea per contrasto una maggior sensazione di ritorno alla normalità, ovvero alla tonalità, quando il mondo riprende infine il suo corso quotidiano.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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