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Délivrance de Thésée, La
Opéra-minute in un atto e sei scene di Henri Hoppenot
Musica di Darius Milhaud 1892-1974
Prima rappresentazione: Wiesbaden, Schauspielhaus, 20 aprile 1928

Personaggi
Vocalità
Aricie
Soprano
Hippolyte
Baritono
Phèdre
Soprano
Théramene
Baritono
Thésée
Tenore
Note
Con ?L’abandon d’Ariane, l’opéra-minutedata in ‘prima’ assoluta a Wiesbaden insieme allaDélivrance, avevamo lasciato Teseo – il poco eroico corteggiatore «petulante e guerrafondaio» mal tollerato da Arianna – in fuga da Nasso per riprendere il mare con l’«insipida Fedra», figlia di Minosse. NellaDélivranceHoppenot e Milhaud rievocano invece il secondo, più tragico e celebre capitolo della vita di Fedra. L’argomento si ispira infatti a quelli dell’Ippolitoeuripideo e dellaFedradi Racine. Ippolito, il casto e giovane figlio di Teseo devoto di Artemide, è oppresso dall’insano amore della matrigna Fedra, caduta in preda all’invasamento erotico in lei suscitato dalla potenza di Afrodite. Peraltro Ippolito (come accade in Racine e non in Euripide), oltre a respingere Fedra ama la giovane Aricia: un dettaglio che rende la figura della matrigna, pur che nella sua terribilità, degna di maggior compianto, in quanto ella risulta mossa anche dalla gelosia. E si intende pure che nei sette minuti dell’operina del duo Hoppenot-Milhaud il tono di Fedra, più che apparire tragico, assomiglia a quello di una lasciva e attempata regina in cerca di avventure piccanti. Senza contare che il ritorno di Teseo – atteso come un ‘liberatore’ da Ippolito, temuto da Fedra – si rivela infausto per entrambi. Dapprima, come in Euripide, Teseo condanna Ippolito all’esilio sulla scorta della versione calunniosa dei fatti, secondo la quale sarebbe stato il figliastro a insidiare l’onore della matrigna. Quindi, rivolto a Fedra, Teseo prende a magnificare pomposamente i propri successi bellici contro gli Sciti parafrasando l’epigrammatico resoconto di Cesare: «Arrivai, ed essi tremarono; avanzai, ed essi si ritirarono; colpii, ed essi morirono». Ma un coro di voci lontane fa udire il sommesso lamento delle donne di Trezene per la morte di Ippolito, che frattanto è stato ucciso dal mostruoso toro scagliatogli contro da Posidone. Musicalmente è il passaggio più rimarchevole dell’operina, giocato sul contrasto tra il chiassoso autoelogio di Teseo, che si accompagna a sarcastici e bandistici scoppi percussivi e a ritmi di danza sincopati, e il lamento delle donne, che, alla maniera di quelli seicenteschi, introduce un tocco di sentita partecipazione intessendo piccole variazioni su un tetracordo cromatico discendente. L’epilogo di questa ‘tragédie-minute’ si compiace di divagare decisamente dalle fonti classiche: Fedra non si suicida ma è Teramene, l’aio di Ippolito, che pensa bene di vendicare il giovane passando la matrigna a fil di spada, quasi incoraggiato dal cinico Teseo. Questi ha modo di consolarsi subito con Aricia, come se si dovesse liberare dalle noie di una giornataccia faticosa: insieme, i due ricordano quasi Nerone e Poppea. «Quali sciagure ci sono cadute addosso in questa giornata!», commenta Aricia; e Teseo, stringendola sempre più tra le sue braccia: «Un eroe come me deve sopportare anche la gelosia degli dèi, che scagliano le loro vendette. Confortiamoci l’un l’altro, o timida Aricia!».
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi

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