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Enlèvement d’Europe, L’
Opéra-minute in un atto e otto scene di Henri Hoppenot
Musica di Darius Milhaud 1892-1974
Prima rappresentazione: Baden-Baden, Stadthalle, 15 luglio 1927

Personaggi
Vocalità
Agénor
Basso
Europe
Soprano
Jupiter
Tenore
Pergamon
Baritono
Note
Nella sua autobiografiaNotes sans musique, Milhaud ricorda la rilevante attività di diffusione della musica contemporanea svolta da Paul Hindemith, in specie tra il 1922 e il ’32, dapprima attraverso il Festival di Donaueschingen, sotto il patronato del principe Fürstenberg, quindi a Baden-Baden e, a partire dal 1930, a Berlino. La commissione di un’opera che, specificò Hindemith, doveva essere «il più breve possibile» giunse infatti a Milhaud in occasione del Festival di Baden-Baden del 1927, doveL’enlèvement d’Europevenne messe in scena, nella stessa serata, con ?Hin und zurückdi Hindemith (durata 14 minuti),Mahagonnydi Kurt Weill (mezz’ora) eDie Prinzessin auf der Erbstdi Ernst Toch (un’ora). La palma del più ligio alle consegne andò proprio a Milhaud che, oltre a mantenere il suo lavoro nei limiti di circa nove minuti, prese gusto a questa sorta di opere-epigramma, scrivendone altre due l’anno successivo (?L’abandon d’ArianeeLa délivrance de Thésée). L’intera ‘trilogia’ (nota anche sotto la denominazione complessivaTrois opéras-minute) viene di solito eseguita in un’unica serata; ricordiamo la ripresa in questa forma al Maggio musicale fiorentino, sotto la direzione di Henri Sauguet (1972).

L’insolito libretto di Hoppenot, non privo di sfumature liriche pur nella sua visione in buona sostanza antiretorica della mitologia classica, ripercorre la vicenda del ratto di Europa, figlia del re Agenore, da parte di Zeus apparsole sotto forma di toro (dalla loro unione nascerà Minosse), enfatizzandone le componenti comiche. Pergamon, promesso sposo a Europa, si lamenta con Agenore di essere preferito – lui, un eroe – ai piaceri da mandriana di Europa. «Le ragazze sono esseri assai strani», si scusa allora Agenore, ammettendo che in effetti la bizzarra figlia ha sempre preferito, ai racconti delle imprese militari, i lunghi muggiti di quei rozzi animali. Di fronte alle dichiarazioni d’amore che Zeus e Europa si scambiano, dandosi appuntamento a un convegno amoroso per quella stessa serata, la collera di Pergamone e di Agenore diventa irrefrenabile. Il re impugna l’arco per colpire il toro ma la freccia, deviata da una forza prodigiosa, si conficca nel cuore di Pergamone uccidendolo. Invano Agenore richiama la figlia snaturata e la rimprovera per la disgrazia che ha provocato; costei si allontana verso il mare in groppa al toro divino.

I momenti più felici della partitura vanno individuati nelle due arie di Zeus e di Europa: la prima di una singolare grazia pseudo-romantica, affidata a un tenore – più che uno Zeus, il re degli dèi pare qui un galante Apollo – e a un delicato accompagnamento di flauto e archi pizzicati. Non meno gustosa la successiva aria di Europa (dai grotteschi versi che sottolineano l’infatuazione ‘bovina’ della giovane: «Je viendrai/ Cette nuit/ vers le pré/ Où reluit/ Au clair de lune/ Ta corne brune/ Bête divine/ Oui, te j’adore»), che duetta dolcemente con l’oboe sul sottofondo del coro di soldati che sbeffeggiano, producendosi in un ritmato controcanto di muggiti, il suo tenero trasporto per l’animalesco spasimante.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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