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Empio punito, L’
Dramma per musica in tre atti di Giovanni Filippo Apolloni e Filippo Acciaiuoli, da El burlador de Sevilla di Tirso de Molina
Musica di Alessandro Melani 1639-1703
Prima rappresentazione: Roma, Palazzo Colonna, 17 febbraio 1669

Personaggi
Vocalità
Acrimante
Atamira
Atrace
Bibi
Caronte
Cloridoro
Corimbo
Delfa
due pastorelle
il capitano
il demonio
Ipomene
Niceste
Proserpina
Teleso
Tidemo
Note
È considerata la prima opera incentrata sulla figura di Don Giovanni che, tuttavia, dopo questo episodio seicentesco (a cui si possono aggiungere la musiche di Purcell perThe Libertindi Shadwell), dovette aspettare più di un secolo per essere riscoperto. È riadattato per le scene nostrane da Filippo Acciaiuoli, spirito caustico e grottesco, e uomo di teatro in tutti i sensi: fu librettista, scenografo, compositore, ideatore di macchine, di originalissimi teatri di marionette, e soprattuto impresario del Tor di Nona dal 1673. I versi del libretto furono scritti da Filippo Apolloni, che sottolinea il taglio scanzonato della vicenda – malgrado la componente demoniaca.

La tentazione di raccontarne la storia in relazione a come verrà modificata con Mozart è forte, ma si eviterà per rispetto degli autori e perché chiunque saprà ricostruirne i nessi: Acrimante, donnaiolo inguaribile, ha messo gli occhi su Ipomene, compagna di Cloridoro (che in tutta l’opera guarda e si lagna) e Bibi, servo di Acrimante, mira a Delfa, nutrice di Ipomene. Atrace, sovrano e padre di Ipomene, condanna a morte Acrimante perché scoperto una notte entrare nelle sue stanze (in realtà era Bibi che andava a incontrare Delfa – con gli abiti del padrone, per far bella figura). Atamira, l’ultima sedotta-abbandonata di Acrimante è ancora innamorata, pur conoscendo le dissolutezze di questi; decide così di salvarlo proponendosi al re quale carnefice dell’amante traditore, e invece del veleno gli somministra un sonnifero (gustoso episodio con Acrimante che sogna di essere morto e all’inferno pensa bene di concupire Proserpina). Recuperate le forze, Acrimante ci riprova con Ipomene (questa volta è proprio lui), ma il servo Tidemo li scopre e Acrimante lo uccide. La statua funeraria di Tidemo si vendicherà facendolo sprofondare negli inferi (con Caronte che gli ha tenuto un posto sul traghetto). Acrimante, sprezzante di ogni rimorso, si è infatti burlato della statua invitandola a cena e accettando a sua volta l’invito del marmoreo Tidemo che, poco propenso a mangiare («Chi a vivande celesti un dì s’avvezza/ Ogni cibo terreno odia e disprezza»), preferirà sopprimere l’ospite – con Bibi ridicolmente terrorizzato. Finale lieto: Cloridoro si pente per i sospetti che ha avuto su Ipomene, Bibi e Delfa si abbracciano e Atamira, morto Acrimante, accetta la mano di Atrace.

La musica fu del giovane Alessandro Melani, alla sua prima importante esperienza teatrale. Melani era giunto a Roma l’anno prima col più vecchio fratello Jacopo (già apprezzato quale compositore di Mattias de’ Medici). Qui era appena stato eletto papa Giulio Rospigliosi (Clemente IX), amante del teatro, librettista anch’egli e soprattutto nato a Pistoia come i Melani. Un terzo fratello, Atto, castrato e spia (prima per Mattias e poi per Mazarino), non fece certo fatica a introdurre la famiglia presso i Colonna, che subito commissionaronoIl girelloa Jacopo e, l’anno dopo,L’empio punitoad Alessandro. Melani, la cui scrittura indulge fin da questo lavoro alla densità contrappuntistica tipica dell’opera romana, evita la staticità del recitativo (che tuttavia non ha ancora raggiunto la sveltezza caratteristica della produzione di fine secolo), preferendo a questo gli ariosi e la giustapposizione di arie e duetti di diverso carattere. Il basso ostinato, elemento tipico della scrittura di Melani, è qui quasi completamente assente e si può supporre sia stato un elemento acquisito in seguito alla sua successiva frequentazione delle opere di Stradella e di Pasquini.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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