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Egisto, L’
Favola drammatica musicale in un prologo e tre atti di Giovanni Faustini
Musica di Francesco Cavalli
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro San Cassiano, 1643. Prologo: la Notte (A), l’Aurora (S)

Personaggi
Vocalità
Amore
Soprano
Apollo
Contralto
Cinea
Tenore
Climene
Soprano
Clori
Soprano
Dema
Contralto
Didone
Contralto
Egisto
Tenore
Fedra
Soprano
Grazia (3)
Soprano
Hero
Soprano
Hipparco
Tenore
Hore (4)
Soprano
la Bellezza
Soprano
Lidio
Contralto
Semele
Soprano
Venere
Soprano
Volupia
Soprano
Note
Della prolifica collaborazione di Cavalli con Faustini (11 opere)Egistoè il secondo nato e la prima produzione di grande successo. La fortuna fu tale che, oltre a essere portato in giro per tutta Italia (principalmente dalla compagnia dei Discordati), ebbe l’onore di un allestimento parigino (1646), presente Luigi XIV. È la prima opera di Cavalli, ma non l’ultima, a valicare le Alpi, e viene esportata per precisa volontà di Mazarino che, dall’anno precedente (con ?La finta pazzadi Sacrati), stava pianificando un progetto di educazione all’opera italiana destinato all’annoiata corte del re. Mazarino, oltre a rigenerarsi le orecchie, voleva sfruttare gli spostamenti dei musici a scopi politici (il castrato Atto Melani fu una specie di agente segreto al suo servizio) e, non da ultimo, sperava di sistemare una buona quantità di parenti e amici musicisti venuti dall’Italia. La compagnia di Anna Francesca Costa canta così sulle note di Cavalli, ma perEgistonon arriva il successo sperato, ché i francesi non capiscono la lingua, rimangono inorriditi dai castrati e mal tollerano l’eccessiva complessità della trama. Tant’è. In Italia per fortuna piace, anche per la ‘popolarità’ del soggetto che meno indugia sulla mitologia, per raccontare semplicemente una favola pastorale piena di arie e canzonette come mai si era visto finora.

La storia si apre e si chiude con un curioso omaggio al mutare del tempo dove la Notte (recitativo) e l’Aurora (aria) cantano il prologo, e dove le Ore (prima, seconda, terza e quarta) punteggiano il lieto fine. I personaggi, i cui nomi ricordano il mito ma non lo percorrono, si muovono con sicura leggerezza fra le scene pastorali per merito anche della penna elegantissima di Faustini (semmai a tratti un po’ prevedibile), che ormai può farsi beffe di un Amor sciocchino: questi scende nell’Ade, si perde in una selva, che poi è quella delle donne morte per amore, loro bramano vendetta (Didone in testa), è inseguito, vola via, s’impiglia nei rami, passa di lì Apollo – cosa mi dai se ti salvo? – e così di seguito (episodio tratto da Ausonio,Cupido cruciatus). Il nucleo della storia ruota intorno all’amore infranto di due coppie (Egisto-Clori e Lidio-Climene) provocato dal capriccio di Lidio per Clori e viceversa. A complicare il tutto anche Hipparco, fratello di Climene, che attenta alla integrità (neanche tanto preservata) di Clori. L’azione precipita: Hipparco vuole liberarsi di Lidio e lo offre in pasto alla vendetta di Climene; Egisto, disperato per Clori, a quel punto impazzisce (e diversamente dalle precedenti questa scena di pazzia non è comica). Alla fine Lidio ci ripensa (con la spada alla gola), Climene si commuove, Clori si pente, Egisto si ravvede e Hipparco... be’, Hipparco niente, ma è stato cattivo.

Spiccano in questo lavoro, oltre alla scena di pazzia, due ampi lamenti, quello strofico di Egisto (II,1) e l’altro, cromatico, di Climene (II,6), e in genere la gran quantità di arie e ariette – in numero straordinario per questi anni – sintomo evidente di un favore del pubblico ormai disposto a veder cantare i propri eroi anche in situazioni più quotidiane, pastorali e sempre meno ultraterrene.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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