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Faramondo, Il
Dramma per musica in tre atti libretto di Apostolo Zeno, da Faramond di Gauthier de Costes de La Calprenède
Musica di Carlo Francesco Pollarolo 1653?-1723
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro San Giovanni Grisostomo, 27 dicembre 1698

Personaggi
Vocalità
Adolfo
Contralto
Childerico
Soprano
Clotilde
Soprano
Faramondo
Soprano
Gernando
Contralto
Gustavo
Tenore
Rosimonda
Soprano
Sveno
Contralto
Teobaldo
Contralto
Note
1698. Nella città più alla moda d’Italia, il teatro d’opera più alla moda mette in scena l’opera del compositore più alla moda del momento: questo è Carlo Francesco Pollarolo, quellaIl Faramondo. Se ne ricorderà pure Benedetto Marcello nelTeatro– appunto –alla modaper bocca dell’immancabile madre bolognese del soprano di turno. D’altra parte il pubblico del San Giovanni Grisostomo non ha molto da scegliere. Da qualche anno ormai Pollarolo imperversa nella sala dei Grimani impresari, da quando cioè, in un momento di magra, hanno preferito retribuire il richiestissimo compositore con i proventi dell’affitto di alcuni palchetti del teatro. Apostolo Zeno – il librettista all’epoca trentenne ma futuro incontestato modello di quella drammaturgia d’opera che, attraverso l’elevazione morale, mirava alla riabilitazione del genere – si è adoperato per un soggetto storico al possibile insolito, in un momento in cui i re e i condottieri del passato, da Sardanapalo a Cristoforo Colombo, avevano ormai cantato di tutto. Faramondo re dei Franchi, vissuto in un oscuro e improbabile V secolo, è sovrano non ancora inflazionato; la Francia è di grande attualità e ricca di spunti è la storia raccontata dal farraginoso quanto irresistibilmente lacrimevole romanzo di La Calprenède, noto anche in traduzione italiana (Perugia 1675, Milano 1676). Il libretto di Zeno, che muove i primi passi verso una futura riqualificazione drammaturgica, si concentra sulla psicologia del personaggio (trascurati dèi con nuvoletta e gobbi balbuzienti) rincorrendo un gusto ormai popolare; ma più spesso confonde la moralità con la fustigazione del libero sentimento. A suo merito va l’alto valore della versificazione, meno i propositi formali, se almeno per ora Zeno non disdegna di frantumare ripetutamente l’azione (un po’ come avviene nelle odiernesoap operatelevisive), di creare deviazioni necessarie solo a dar agio all’espressione di un affetto, di inserire espedienti insoliti per accattivare il pubblico. Così è per la morte di Sveno, che viene ucciso alla seconda nota del dramma e canta per non più di quindici secondi. Così per la trama: ovvero il solito amore contrastato da una faida di famiglia (che poi diventa di Stato), faida sorta per l’omicidio di colui che si credeva essere il figlio del re e che invece patì uno scambio di culle, come si scoprirà alla fine; ma allora, se il morto non è regale perché mai scontrare eserciti, assediare città, sterminare genìe? e il dramma finisce. Dimenticavo: Faramondo e Rosimonda potranno finalmente soddisfare il loro amore. Della musica di Pollarolo possiamo dire solo una cosa: che non c’è. O che finora non s’è trovata. Caso nient’affatto insolito, perché si sa, se il gusto del pubblico è vincolo imprescindibile, è anche affare mutevole. E se a ogni ripresa il libretto può, più o meno modificato, essere sempre quello (tanto non si va all’opera per contare le rime), non così è per la musica. Questione alla moda, la musica, perciò da aggiornare di stagione in stagione, o addirittura rifare: ilFaramondonapoletano del 1719 ha così le note di Porpora; Gasparini l’anno dopo interviene in quello romano; nel 1737 ci mette le mani pure Händel, e altri dopo di lui. La più antica partitura sopravvissuta, benché adespota, quasi certamente risale all’allestimento bolognese del 1710 (riprodotta in facsimile nellaDrammaturgia Musicale Veneta), ma quanto in essa sia di Pollarolo – e cosa – è difficile dirlo.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi

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