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Giove a Pompei
Commedia musicale in tre quadri di Luigi Illica ed Ettore Romagnoli
Musica di Alberto Franchetti 1860-1942 e Umberto Giordano
Prima rappresentazione: Roma, Teatro La Pariola, 5 luglio 1921

Personaggi
Vocalità
Aribobolo
Tenore
Aricia
Basso
Calpurnia
Contralto
Faraone XIII
Mimo
Giove
Basso
la moglie del Faraone
Mimo
Lalage
Soprano
Lidia
Recitante
l’Aquila
Mimo
Macrone Massimo
Basso
Marcus Pipa
Tenore
Parvolo Patacca
Basso
Vulcano
Recitante
Note
Nel 1899 Illica cedette a Giordano e a Franchetti il libretto, invitandoli a musicarlo insieme. Il lavoro di composizione procedette saltuariamente, anche perché entrambi gli autori consideravano l’operasui generis, in un certo senso estranea al resto della loro produzione (entrambi continuarono a creare per proprio conto, indipendentemente dalla loro collaborazione) e aspettavano un’offerta vantaggiosa per allestirla. Nel maggio del 1907 fu firmato il contratto con Casa Ricordi, ma da una lettera di Illica all’editore dello stesso anno si capisce che dell’opera erano stati ultimati solo i brani principali; inoltre Franchetti, incerto e insoddisfatto, aveva richiesto alcuni cambiamenti e lo stesso Ricordi, pentitosi dell’acquisto dell’opera, non aveva nascosto le sue riserve sul fatto che l’opera fosse un po’ antiquata e priva divervecomica. Dopo la morte di Illica (1919) si occupò delle opportune modifiche Ettore Romagnoli. La vicenda rievoca in chiave ironico-satirica la distruzione di Pompei per volere degli dèi, indignati dal fatto che i pompeiani, in mancanza di reperti archeologici, abbiano osato seppellire i simulacri divini per poi fingere di rinvenirli nella lava. Dopo alcuni tentativi fatti per salvare la città, Giove ne ordina ugualmente la distruzione, ma concede che la popolazione abbia il tempo di salvarsi; l’eruzione del vulcano è però talmente affascinante che tutti restano a guardare, senza curarsi del pericolo. La prima rappresentazione mise in luce una discontinuità e una maniera eterogenea, che tradiva un lavoro a quattro mani nato, per di più, da intenti tutt’altro che concordi; pur apprezzando la divertita cura nell’escogitare trovate anacronistiche e grottesche, di derivazione operettistica (ad esempio la biga a motore tiposidecardi Aribobolo e Lalage, l’espresso fermo posta spedito dall’Africa a Pompei, l’eruzione del Vesuvio che diventa spettacolo di attrazione, Giove e Ganimede vestiti da aviatori), il pubblico ammirò soprattutto le grandiose coreografie e il complesso apparato scenico (tra le pagine migliori, Gaetano Cesari indicò il coro delle serve e dei pompieri, dei guerrieri e delle matrone, un terzetto, e la danza del secondo atto). Al contrario, non convinse il gusto per la parodia (soprattutto da Mozart, Donizetti e Verdi), che oltretutto sembrò accentuare la generica mancanza di coesione stilistica della partitura; quanto ad alcune soluzioni originali (nel finale del secondo atto alcuni personaggi possono scegliere di cantare o recitare), queste non colsero il segno, perché sostanzialmente estranee ai gusti del pubblico al quale l’opera dichiaratamente si rivolgeva.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi

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