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Lettera anonima, La
Farsa in un atto di Giulio Genoino, dal dramma Mélite, ou Les fausses lettres di Pierre Corneille
Musica di Gaetano Donizetti 1797-1848
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro del Fondo, 29 giugno 1822

Personaggi
Vocalità
Don Macario
Baritono
Filinto
Tenore
Flagiolet
Baritono
Giliberto
Basso
la contessa Rosina
Soprano
Lauretta
Soprano
Melita
Soprano
Note
Donizetti era giunto a Napoli nella seconda metà del febbraio 1822, accompagnato da una commendatizia del suo maestro Simone Mayr. A quel tempo nella città partenopea dominavano Rossini e l’impresario Domenico Barbaja, soprannominato ‘viceré’ della capitale borbonica e allora direttore del Teatro San Carlo. Al pubblico napoletano l’operista bergamasco si era da poco presentato conLa zingara(12 maggio, Teatro Nuovo) riscuotendo incoraggianti apprezzamenti. Sei settimane dopo esordiva al Teatro del Fondo conLa lettera anonima, atto unico con dialoghi parlati, vivacizzati dal napoletano del conte Don Macario. Autore del testo era Giulio Genoino, ex monaco e censore ufficiale, insieme al marchese Puoti e a Francesco Ruffa. L’espediente indicato nel titolo è impiegato dalla smaliziata vedova Melita, inquilina del conte, per cercare di mandare all’aria le nozze imminenti dei due giovani innamorati, Rosina e Filinto: lei, generosa e capricciosa, è la nipote del conte, lui è un capitano di marina a cui Melita segretamente aspira. Sullo sfondo si muovono macchiette abbastanza consuete, come il maestro francese di ballo Flagiolet – un baritono femminilmente aggraziato – o come la giovane cameriera Lauretta, inizialmente incolpata dell’inganno. La vicenda si apre col dialogo tra Giliberto e il conte, che annuncia il ‘giorno di sponsali’: brevi interventi corali, spontanei nella forbita naturalezza di fattura, contribuiscono a un clima di allegra letizia; si distinguono l’ascendenza neoclassica del periodare e il gusto per l’equilibrio delle frasi, tipico del maestro Mayr, vitalizzato dall’attenzione affettiva per i personaggi. Il duetto tra i due giovani (“Allora Imene di pura gioia le sue catene ci spargerà”) si avvale di una tenera arguzia ornamentale: un motivo al clarinetto per Filinto è imitato dal flauto per Rosina e verrà ripreso nella festosa scena finale, che suona così come il recupero dell’idillo iniziale. Allo stesso modo ritorna il motivo canzonatorio del conte verso l’astuta Melita (“Oh, che bella carità”, scena ultima). Poiché il lieto fine è scontato, Donizetti fa prevalere l’eleganza sull’intreccio, e la relativa sapidità delle vicende si realizza con espressioni musicali accuratamente rifinite. Anche il quartetto “Agitata, oppressa io sono” si distingue per amabilità di linee melodiche e scorrevolezza; una grazia settecentesca, memore di Paisiello e Cimarosa, si rintraccia nei recitativi accompagnati, con brevi incisi discreti e delicati. Secondo il ‘Giornale del Regno delle due Sicilie’ (1º luglio 1822) «si era compiuto un bel passo verso quella Scuola di musica drammatica che rese chiaro il nome napoletano in tutti i teatri d’Europa. (...) Donizetti dimostra di saper padroneggiare a meraviglia tutti gli stilemi dell’opera giocosa napoletana, ormai, dopo i fasti di Cimarosa e di Rossini, caduta in basso stato artistico per colpa di una numerosa schiera di mediocri imitatori». È un Donizetti prudente, che si muove nel filone di successo della farsa, ma con finezze di scrittura già ben riconoscibili.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi

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