Home Page
Consultazione
Ricerca per categorie
Ricerca opere
Ricerca produzioni
Ricerca allestimenti
Compagnia virtuale
Servizio
Informazioni e FAQ
Condizioni del servizio
Manuale on-line
Assistenza
Abbonamento
Registrazione
Listino dei servizi
Area pagamenti
Situazione contabile


Visualizzazione opere

Leggenda di Sakùntala, La
Opera in tre atti proprio, da Kalidasa
Musica di Franco Alfano 1875-1954
Prima rappresentazione: Bologna, Teatro Comunale, 10 dicembre 1921

Personaggi
Vocalità
Anùsuya
Soprano
Durvàsas
Basso
Harìta
Basso
il giovane eremita
Tenore
il re
Tenore
Kanva
Basso
lo scudiero
Baritono
Priyàmvada
Mezzosoprano
Sakùntala
Soprano
un pescatore
Tenore
un uomo della guardia
Basso
Note
Dopo i risultati musicalmente significativi ma non immediatamente recepiti come tali deL’ombra di Don Giovanni, Alfano continuò a cercare una propria strada che non fosse una semplice continuazione dell’iterverista (inizialmente intrapreso conRisurrezione) né la sperimentazione d’avanguardia dei «sistemi cerebrali» aborriti dal compositore napoletano. All’interesse sempre forte per la strumentazione e l’aspetto coloristico della sua musica, durante la guerra si aggiunse una particolare inclinazione verso la cultura indiana: accanto al poeta classico Kalidasa (V sec. d.C.), scoperto grazie al critico del ‘Corriere della Sera’ Giovanni Pozza, Alfano si avvicinò alle poesie di Rabindranath Tagore, musicandone a più riprese una dozzina, che contano tra le migliori liriche per canto e pianoforte del primo Novecento italiano.Il riconoscimento di Sakuntala– questo il titolo originale del dramma in sette parti di Kalidasa – aveva già assai colpito Goethe e ispirato a Karl von Perfall un’opera (Sakuntala, Monaco 1853) a Ernest Reyer un balletto (Sacountala, 1858) a Philipp Scharwenka a un oratorio e a Felix Weingartner unBühnenspiel(ambedue del 1884), oltre a varie composizioni sinfoniche di altri autori minori, prima di trovare in Alfano il suo interprete più congeniale. Fin dalla ‘prima’ bolognese, cui fecero seguito rappresentazioni al San Carlo di Napoli e a Buenos Aires (1923), alla Scala, a Düsseldorf e Anversa (1924), è stata riconosciuta come la sua opera più riuscita.

Gli estratti sinfonici (Danza e Finale) hanno raggiunto una certa notorietà, ma la partitura nella sua interezza, nonostante sia una dei risultati più rappresentativi del Novecento italiano, e nonostante l’impegno di grandi interpreti (Tullio Serafin, Magda Olivero, Gianandrea Gavazzeni), è di raro ascolto: le ultime esecuzioni si devono alla Rai (Roma 1979) e al Festival di Wexford in Irlanda (1982).

Atto primo. Durante una battuta di caccia il re giunge nelle vicinanze di un eremo, dove conosce Sakùntala, la figlia di Kanva, che assieme a Priyàmvada e Anùsuya custodisce il tempio. Prima di partire, il re, in segno d’amore, dona a Sakùntala un anello.

Atto secondo. Sakùntala attende invano notizie dal re e perciò, assorta nei suoi tristi pensieri, tralascia di aprire le porte del tempio all’anziano eremita Durvàsas: egli per questo, irato, maledice Sakùntala, che sarà dimenticata da chi la ama. In seguito alle preghiere delle due amiche, Durvàsas attenua la sua maledizione: il re oblierà Sakùntala solo fino a quando gli sarà mostrato un gioiello che farà riconoscere la sposa. Kanva, ritornato all’eremo, rivela di sapere che Sakùntala è incinta e chiede a Harìta di accompagnarla alla reggia.

Atto terzo. Ma quando Sakùntala vi giunge, il re, smemorato, non la accoglie quale sposa; ella vorrebbe mostrargli l’anello donatole ma, rendendosi conto che lo ha smarrito, si ritrae addolorato. Viene condotto un pescatore, che ha rinvenuto l’anello del re sul greto del fiume; allora il re, cui è tornata la memoria, fa cercare Sakùntala. Ma la fanciulla, disperata, nel frattempo si è lanciata nello stagno delle ninfe, dove l’ha avvolta una nube di fiamma. Il re crolla a terra, annientato, ma da lontano giunge la voce di Sakùntala che gli annuncia il perdono; Harìta porta tra le braccia l’erede del re, frutto dell’amore e del martirio di Sakùntala.

Rispetto all’originale il libretto, oltre a semplificare la vicenda, si discosta da Kalidasa (in cui Sakùntala non muore) nel finale, e presenta inoltre un’interpolazione del poemaLa nuvola messaggeradello stesso autore indiano, sulla base del quale il compositore sviluppa la grande scena di Sakùntala del secondo atto, dopo l’intervento di Durvàsas. La partitura dellaLeggenda di Sakùntala, il cui successo fruttò ad Alfano la commissione del compimento dellaTurandotpucciniana (1925, la cui versione corrente non è però quella approntata originariamente, bensì quella molto tagliata da Toscanini), è andata distrutta durante la guerra. Sulla base dello spartito Alfano la ricostruì, cambiandone, sembra, non solo dei dettagli: è quindi possibile avanzare solo delle ipotesi sulla veste strumentale, a quanto pare scintillante e persino sbalorditiva, della prima versione. La seconda, col titoloSakùntala, andò in scena al Teatro dell’Opera di Roma il 9 gennaio 1952, e rimanda sia a Richard Strauss, quanto alla densità della scrittura orchestrale, sia a Debussy e Ravel per il colorito esotico, l’armonia e le successioni di accordi parralleli. InSakuntalaAlfano consegue un suo stile originale, basato su un «recitativo cantante e sinuoso» (Enrico Magni Dufflocq), decisamente meno restìo all’abbandono melodico diPelléas et Mélisande, e perciò di notevole presa emotiva.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


Credits - Condizioni del servizio - Press Room - Pubblicità