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Orontea, L’
Dramma per musica in un prologo e tre atti di Jacinto Andrea Cicognini e Giovanni Filippo Apolloni
Musica di Antonio Cesti 1623-1669
Prima rappresentazione: Innsbruck, Teatro di corte, 19 febbraio 1656. Prologo: la Filosofia (S), l’Amore (S)

Personaggi
Vocalità
Alidoro
Tenore
Aristea
Contralto
Corindo
Contralto
Creonte
Basso
Gelone
Basso
Giacinta
Soprano
Orontea
Soprano
Silandra
Soprano
Tibrino
Soprano
Note
Orontea, insieme aGiasonedi Cavalli, è una delle opere più eseguite nel Seicento: entrambi i libretti sono di Cicognini, e questo va senz’altro a suo merito, ma nel caso diOronteanon v’è dubbio che Cesti abbia contribuito con la musica alla sua fortuna. Già infatti il libretto era stato intonato da Francesco Lucio (Venezia 1649) subendo poi delle aggiunte di Francesco Cirillo (Napoli 1654), ma solo con l’intonazione di Cesti ottiene il successo dovuto. Cesti, com’è nel suo stile, non ha difficoltà ad adattarsi a un testo spigliato e francamente comico: anzi, la sua abilità nel gestire con scioltezza battibecchi, giochi verbali e situazioni grottesche ne decreterà la fama. Aspetto decisamente caratteristico questo, forse più che la sua vena melodica, peraltro sentita, condotta con passione e finezza, ma per la quale altri suoi contemporanei si sono distinti. D’altro canto Cesti, cantante egli stesso, e di se stesso quasi impresario, stimolò in prima persona la diffusione delle sue opere, almeno per i primi anni (con buona probabilità cantò nelle prime riprese diOronteadi Roma e Firenze del 1661, e si occupò personalmente dell’allestimento veneziano del 1666). La storia, seppur non un archetipo in questo genere, per la sua popolarità quasi lo divenne di infinite simili durante tutto il Settecento. Il modello muove attorno a un’identità celata che si rivela in fine opera, magari poco prima di una condanna, per cui un medaglione, una lettera ecc. testimoniano della stirpe nobile del condannato, altrimenti creduto schiavo o umile pastore, e lo salvano. InOronteail personaggio è Alidoro che, giunto dopo varie vicissitudini alla corte di Orontea, regina d’Egitto, per tanta bellezza fa innamorar di sé chiunque: Silandra (che fino alla scena prima smaniava per Corindo), forse il paggio Tibrino, ma soprattutto la stessa Orontea, con sdegno di Creonte, filosofo di corte: ché una regina non può amare un pittore, e pure corsaro. Rinsavita Orontea e abbandonate le sue avventure amorose a tutto vantaggio di una più nobile ragion di Stato, si ritrova a dover condannare Alidoro per furto, ma l’oggetto rubato, un medaglione appunto, salverà Alidoro e permetterà a Orontea di sposarlo. Si scopre infatti che il gioiello era suo fin da bambino quando, rapito dai pirati, se ne persero le traccie. Alidoro non è Alidoro ma Floridano, di stirpe reale. Orontea canta quasi tutte le più belle arie dell’opera: quando, ancora donna di Stato, disprezza Amore (“Superbo Amore” e l’arietta “Io ch’Amore in sen non ho”), quando è innamorata (“Adorisi sempre”) e quando si crede tradita (la celeberrima “Intorno all’idol mio”). Le vicende che si muovono parallele sono tutt’altro che secondarie e giustificano per ricchezza di eventi la popolarità dell’opera. Quella di Silandra e Corindo è sintetizzata dal servo Gelone: «Silandra amò Corindo, ma poi rivolse ad Alidoro il core, Alidoro l’amò, poi la fuggì, a Corindo perdono chiese Silandra, la perdonò Corindo». E quell’altra più divertente dove la madre adottiva di Alidoro, ormai vedova, fa di tutto per riuscire a sedurre Ismero (in realtà la schiava Giacinta in vesti maschili) il quale tenta di giustificarsi: «Non può far prove buone / Un debole nocchier senza timone». E così il rigore morale di Creonte è accostato alle filosofie ben più prosaiche di Tibrino, improbabile guerriero, e di Gelone, costantemente ubriaco, che danno agio a ulteriori momenti di comicità. L’opera fu scritta durante il primo soggiorno di Cesti a Innsbruck e quindi appartiene conLa Dorialla prima fase della sua produzione, più aderente al modello veneziano, più adattabile a contesti diversi e più facilmente popolare – diversamente le opere degli anni Sessanta, particolarmente quelle viennesi (in cui trionfaIl pomo d’oro), così più dipendenti dalla corte, non ebbero fortuna postuma perché difficilmente esportabili.Oronteaè ricca d’ariette vivaci e gustose, di arie di rara bellezza e pure è ottimo esempio per cogliere l’infinita varietà di trattamento del recitativo, che riesce a essere rapido o lirico, secondo i casi, capace di trasformarsi in arioso o concedersi ad una vocalità quasi da aria (un esempio fra tanti, Alidoro sprezzato da Orontea). È impossibile definire una casistica delle scelte formali di Cesti, e qualunque tentativo andrebbe a discapito della libertà con cui il testo è messo in musica (si osservi il lamento di Giacinta, dove la ripetizione di un arioso posto prima e dopo un’arietta suona, nella successione come un’insolita aria tripartita). Ugualmente straordinaria è l’abilità di Cesti di rendere nella stessa strofe, nello stesso verso addirittura, situazioni contrastanti, comiche eppure appassionate, disperate e liriche insieme (ad esempio Silandra che s’innamora d’Alidoro, II,8). La scrittura orchestrale è a tre parti (due violini e continuo) e non frequentemente accompagnata (ovvero limitata al solo basso). Tuttavia non è aspetto su cui si possa dir molto, perché quasi certamente raddoppi, parti interne (estemporanee o no) e tutta l’orchestrazione del continuo, così come la poteva intendere Cesti, non hanno lasciato traccia sulla partitura.Oronteaè andata in scena per la prima volta in epoca moderna alla Piccola Scala di Milano nel 1961 con Teresa Berganza protagonista, direttore Bruno Bartoletti.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi

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