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Trionfo dell’onore, Il
Commedia in tre atti di Francesco Antonio Tullio [Colantuono Feralintisco]
Musica di Alessandro Scarlatti 1660-1725
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro dei Fiorentini, 26 novembre 1718

Personaggi
Vocalità
capitan Rodimarte Bombarda
Basso
Cornelia Buffacci
Tenore
Doralice Rossetti
Soprano
Erminio
Soprano
Flaminio Castravacca
Tenore
Leonora Dorini
Contralto
Riccardo Albenori
Soprano
Rosina Caruccia
Contralto
Note
Agli inizi del Settecento il conte Francesco Maria Zambeccari, nobile bolognese trapiantato a Napoli, lamenta come i napoletani, «che sono tutti di pessimo gusto», disertino il Teatro San Bartolomeo, dove si rappresentano drammi per musica di Zeno e di Pariati, e accorrano invece numerosi al teatro dei Fiorentini «ove si fa una vera porcheria, indegna d’esser vista, in lingua napoletana». La ‘porcheria’ cui il conte fa riferimento è, molto probabilmente, il nuovo genere di opera buffa per musica in dialetto napoletano che il librettista Francesco Antonio Tullio andava producendo in quegli anni per il Fiorentini. È comprensibile il disprezzo del blasonato censore per un tipo di teatro popolaresco, spesso di bassa lega, che non di rado si divertiva a mettere grossolanamente in caricatura proprio l’ambiente aulico di cui lo Zambeccari faceva parte. L’apprezzamento del pubblico aristocratico per il genere buffo è tuttavia attestato dal crescente successo che gli intermezzi tra un atto e l’altro del dramma per musica riscuotevano in quegli anni, e dalla presenza nell’opera seria di intere scene affidate a personaggi comici, generalmente servi dei protagonisti o, talvolta, maschere della commedia dell’arte. L’utilizzo della lingua italiana invece del dialetto e la compresenza di caratteri e di stili musicali diversi ma coerentemente inseriti nell’impianto drammaturgico portarono alla definizione della commedia per musica così come viene descritta da Salvatore Toro, impresario del Teatro dei Fiorentini, nella dedica al libretto di Tullio,Il gemino amore, messo in scena nell’autunno del 1718 per la musica di Antonio Orefice: «In altra foggia compaiono quest’anno le commedie nel piccolo teatro dei Fiorentini. Son esse passate dall’idioma napoletano al toscano, non già con Azioni eroiche e Regali, ma con successi domestici e familiari, nei quali tra i personaggi seri e ridicoli si spera che riesca ugualmente piacevole e la sodezza e la lepidezza». Subito dopo venne messo in scenaIl trionfo dell’onoredi Scarlatti, accolto molto calorosamente dal pubblico (diciotto repliche nella stagione 1718-19). Nonostante il successo iniziale, l’opera non venne più ripresa per oltre due secoli. Nella trascrizione di Dunn venne rappresentata a Londra nel 1938; in Italia la ‘prima’ moderna risale al 18 settembre 1941, al Teatro dei Rozzi di Siena, con la direzione di Antonio Guarnieri.

Atto primo. Nella campagna pisana alla fine del Seicento. Riccardo, dopo aver sedotto e abbandonato Leonora per Doralice, giunge, con l’amico Rodimarte, in casa dello zio Flaminio che, pur essendo ormai anziano e promesso sposo di Cornelia, non rinuncia a correr dietro alla servetta Rosina. Leonora, giunta a Pisa sulle tracce di Riccardo, trova ospitalità in casa di Cornelia presso la quale è ospite Doralice, innamorata di Riccardo. Mentre le due donne, rivali in amore ma accomunate dal medesimo disprezzo per l’incostanza di Riccardo, confidano nel futuro (“Spero, speranza / Temo, timore”), gli attempati Cornelia e Flaminio si vezzeggiano con appellativi un po’ troppo caricati per essere sinceri (“Sì, mia gioia / Sì, mia vita”). Rodimarte, nel frattempo, si appresta a conquistare il cuore di Rosina, ostentando parimenti il suo valore di prode soldato e di affascinante rubacuori (“Quando ruoto feroce il mio brando”).

Atto secondo. Giunge intanto Erminio che, innamorato di Doralice, per amore e per onore, essendo fratello di Leonora, sfida Riccardo a duello. L’atto termina con un quartetto in cui alla sofferenza di Erminio e Leonora, amanti traditi, si contrappone rispettivamente l’indifferenza di Doralice e di Riccardo.

Atto terzo. Dopo una commovente aria di Leonora (“Ne vuoi più, mia fiera sorte?”), una situazione comica, provocata dalla gelosia di Flaminio che sorprende Rosina con Rodimarte e, successivamente, dalla gelosia di Cornelia per Flaminio colto a sua volta in fallo con Rosina, sfocia in un divertente quartetto (“Pensa, pensa ben”). Erminio e Riccardo si battono in duello; Riccardo, ferito, finalmente si pente e si riappacifica con Leonora (aria “Ricevi il mio core”). Il finale, eseguito dagli otto personaggi, celebra il trionfo dell’onore e dell’amore.

Benché sia l’unica commedia per musica scritta da Scarlatti, il congegno drammatico, che ritrae l’ambiente borghese dell’epoca, è ben strutturato; oltre ai sei personaggi consueti (due coppie di amorosi e una coppia di comici) si aggiungono qui due personaggi di mezzo carattere (gli anziani Flaminio e Cornelia), che conferiscono all’azione un perfetto equilibrio. Esemplare è inoltre la definizione tipologico-musicale di alcuni caratteri, mutuati in gran parte dalle maschere della commedia dell’arte: il vanaglorioso e tracotante capitan Rodimarte, che ostenta le sue due principali virtù, il coraggio e il fascino (in “Quando ruoto feroce il mio brando”, grottesca imitazione dell’aria di tipo eroico, con la lunga coloratura in corrispondenza della parola “pugnando”, e nell’aria di portamento nel lento centrale); la servetta Rosina, ampiamente dotata di un’astuta spontaneità tutta femminile (“Il farsi sposa”) ma anche disposta alla tenerezza (“Avete nel volto”); il vecchio Flaminio, caricatura dello scapolo attempato che si crede ancora un Ganimede (“Con quegl’occhi ladroncelli”). Questi personaggi-tipo raggiungono una precisazione musicale compiuta grazie a una gestualità quasi ‘mimica’ di brevi formule melodiche e ritmiche, giocate su una vocalità vivacissima, sillabica, spesso associata all’iterazione delle parole. Il dialogo, specialmente nei recitativi (solo secchi), è rapido e incisivo. Sul versante ‘serio’, tradizionale, alla tipologia un poco convenzionale di Riccardo, Dorabella ed Erminio si contrappone il patetismo autentico di Leonora; sin dalla prima aria “Mio destin fiero e spietato”, quasi interrotta per un eccesso di commozione, passando attraverso le legature di portamento che caratterizzano “Sospirando, penosa, dolente”, si arriva alla rappresentazione musicale del sospiro (“Ne vuoi più, mia fiera sorte?”) con la frammentazione della parola «morirò».
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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