Home Page
Consultazione
Ricerca per categorie
Ricerca opere
Ricerca produzioni
Ricerca allestimenti
Compagnia virtuale
Servizio
Informazioni e FAQ
Condizioni del servizio
Manuale on-line
Assistenza
Abbonamento
Registrazione
Listino dei servizi
Area pagamenti
Situazione contabile


Visualizzazione opere

Poliuto
Tragedia lirica in tre atti di Salvatore Cammarano, dalla tragedia Polyeucte di Pierre Corneille
Musica di Gaetano Donizetti 1797-1848
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo, 30 novembre 1848

Personaggi
Vocalità
Callistene
Basso
cristiano (2)
Tenore
Felice
Tenore
Nearco
Tenore
Paolina
Soprano
Poliuto
Tenore
Severo
Baritono
Note
Si scomodò il re in persona, il cattolicissimo Ferdinando II di Borbone, per vietare la rappresentazione diPoliuto. Un santo storicamente esistito, che si converte e muore in scena, non era proponibile, neppure se l’intensa tematica religiosa della fonte letteraria, la tragediaPolyeuctedi Corneille, veniva reinterpretata nel libretto di Salvadore Cammarano come aspetto trascendente, ultimo rifugio alle sofferenze d’amore. Il rifiuto di re Ferdinando fu così drastico, e giunse così tardivo, il 12 agosto 1838, che l’opera, sebbene già in corso di prova, fu interrotta e cancellata dalla stagione del Teatro San Carlo.Poliutodoveva essere l’ultima opera di Donizetti per il grande teatro napoletano, prima della partenza del compositore per Parigi; prima di lasciare Napoli, Donizetti doveva onorare un contratto che prevedeva la composizione di un nuovo titolo per quel teatro. La scelta dell’argomento cadde sulPolyeuctedi Corneille probabilmente grazie all’intervento del tenore francese Adolphe Nourrit, uomo di grande cultura e intimo amico di Donizetti. Invitato dall’impresario Barbaja a debuttare nella nuova opera per il San Carlo, grazie alla mediazione di Donizetti stesso, Nourrit collaborò attivamente con Cammarano anche alla impostazione del libretto. Donizetti, dal canto suo, per quanto entusiasta di un soggetto così diverso dalle tematiche trattate fino ad allora nella sua collaborazione con Cammarano, dovette aver sentore dei problemi che sarebbero sorti scegliendo un soggetto simile, se portò a termine il lavoro avendo cura di concepire l’opera in vista di una sua possibile rielaborazione ingrand-opéra. Con la censura borbonica, d’altra parte, Donizetti si era già scontrato ai tempi diMaria Stuarda. A causa di queste difficoltà il compositore non riuscì, nel corso della sua vita, a vedere rappresentatoPoliutonella versione in tre atti; l’opera venne infatti data postuma sulle scene del San Carlo, dopo circa otto mesi dalla sua morte. Donizetti poté invece assistere al rifacimento francese diPoliuto, ?Les Martyrs, rappresentato al Teatro dell’Opéra di Parigi nel 1840.

Partendo da una tragedia così fortemente improntata a una spiritualità elevata, Cammarano, librettista di grande esperienza, cercò di operare una mediazione tra le esigenze del melodramma romantico e la lucidità classica dellatragédie chrétiennedi Corneille, limitando il tema religioso a pochi episodi. Il libretto diPoliutoè in questo senso uno dei capolavori di Cammarano. Alcuni tratti come la gelosia di Poliuto, o la rappresentazione della scena del rovesciamento dell’altare di Giove, sono infatti estranei alPolyeuctedi Corneille o limitati nella forma di racconto, così come non trova spazio nella fonte letteraria l’individuazione del tipico triangolo romantico tenore-soprano-baritono, che informa invece il dramma di Cammarano, dunque un intreccio amoroso a forte sfondo religioso.

Atto primo. Mitilene, capitale dell’Armenia, anno 257. Dopo un breve preludio (l’ouverture tradizionalemente anteposta al preludio, fu in realtà composta da Donizetti per il rifacimento dell’opera per Parigi nel 1840), l’atto si apre con un coro maschile (“Scendiam...scendiam silenzio...”) che accompagna l’entrata dei cristiani nella loro caverna. Poliuto, magistrato e sposo di Paolina, si è convertito alla fede cristiana. Il culto è vietato e durante la notte, di nascosto dalla moglie, egli raggiunge i fratelli. Appare con Nearco, capo della comunità cristiana, in un recitativo che diventa arioso quando compare uno dei temi cardine dell’opera, allusivo alla gelosia di Poliuto nei confronti di Paolina. Prima di entrare nella caverna Poliuto prega per la pace dell’anima (“D’un alma troppo fervida”) e in seguito riceve il battesimo. Paolina, che ha seguito Poliuto nel timore che egli potesse abbracciare la religione proscritta, ode dalla caverna la voce di Poliuto e trasale per l’emozione (“Di quai soavi lagrime”). Nearco conferma le apprensioni di Paolina, esortandola a non svelare il segreto per la salvezza del suo sposo: infatti, secondo un decreto emanato dal padre di Paolina, il governatore Felice, Poliuto abbracciando la fede cristiana è ora soggetto a pena di morte. Ma un altro motivo di inquietudine turba la donna: l’imminente arrivo a Mitilene del proconsole Severo, suo passato amante, che ella crede morto in battaglia (“Perché di stolto giubilo”). La scena si sposta nella piazza principale di Mitilene, dove, introdotto da una marcia e coro, appare Severo (“Di tua beltade immagine”), il quale apprende del matrimonio di Paolina.

Atto secondo. L’atrio della casa di Felice. Per vendicarsi di Paolina, che l’aveva respinto, Callistene, gran sacerdote di Giove, organizza un incontro tra Severo e Paolina progettando di portarvi anche Poliuto, in modo che questi sorprenda la moglie con il proconsole. L’incontro tra Severo e Paolina si svolge in un appassionato duetto (“Il più lieto dei viventi”) nel corso del quale Severo dichiara il suo amore a Paolina, che se mostra turbata. Callistene conduce Poliuto a casa di Felice, in modo che egli possa ascoltare le parole conclusive dell’incontro tra Severo e sua moglie. Poliuto rimane solo e fa appena in tempo a covare la vendetta (“Fu macchiato l’onor mio”) che viene ad apprendere dell’arresto di Nearco. Il suo pensiero va interamente ai fratelli di fede, ed egli non esita a raggiungere Nearco al tempio di Giove dove, in una pagina di impressionante potenza drammatica, il capo dei cristiani viene interrogato da Callistene e Severo (“Ti può quel reo silenzio”). Alla domanda su chi sia stato battezzato la notte precedente, Nearco rifiuta di rispondere, ma Poliuto avanza dicendo di essere lui il neofita. Interviene Paolina, supplicando Felice, Callistene e Severo di risparmiare il suo sposo, ma Poliuto in un impeto di orgoglio, rovescia l’ara di Giove maledicendo il dio fallace e respingendo la moglie. Poliuto e Nearco sono trascinati via.

Atto terzo. Nel bosco sacro presso il tempio di Giove. Callistene, irato, annuncia agli altri sacerdoti che i cristiani hanno deciso di seguire l’esempio di Poliuto scegliendo il martirio (“Alimento alla fiamma si porga”). La scena successiva vede, rinchiuso in una cella, Poliuto che dorme sognando Paolina trasfigurata da una luce ultraterrena (“Bella e di sol vestita”). Poliuto si sveglia e trova la moglie davanti a sé, che lo implora di abiurare la fede cristiana per salvarsi, ma egli rifiuta; manifesta inoltre il suo sospetto di essere stato tradito, svelando il comportamento di Callistene. Paolina chiarisce l’equivoco e implora nuovamente il marito di abiurare; Poliuto, irremovibile, afferma che sua prima salvezza è quella dell’anima. Paolina, toccata da queste parole, chiede di abbracciare anch’essa il cristianesimo e di morire con Poliuto. Uniti nella decisione del martirio, affermando fieramente la loro fede cristiana, Poliuto e Paolina si avviano al supplizio.

Forse perché sanciva la chiusura di un periodo importante nella vita artistico-professionale di Donizetti – il lungo periodo napoletano – forse per la prevista partecipazione del grande tenore Nourrit, o ancora per la profondità del soggetto, per tutti questi fattoriPoliutoappare come una delle opere più grandi e mature del Donizetti serio. Alla felicità d’ispirazione delle singole pagine si somma una compattezza drammaturgica entro la quale il dramma si dipana senza battute d’arresto nel corso dei tre atti. La maturità artistica raggiunta da Donizetti in quest’opera si misura nello straordinario finale secondo, forse la pagina più potente di tutto quanto Donizetti avesse precedentemente composto, pagina che getta un fascio di luce insospettato su quanto Verdi, di lì a pochi anni, mutuasse dall’opera del grande Bergamasco.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


Credits - Condizioni del servizio - Press Room - Pubblicità