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Pia de’ Tolomei
Tragedia lirica in due parti di Salvatore Cammarano, dalla novella omonima di Bartolomeo Sestini
Musica di Gaetano Donizetti 1797-1848
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro Apollo, 18 febbraio 1837

Personaggi
Vocalità
Bice
Soprano
Ghino Degli Armieri
Tenore
Lamberto
Basso
Nello Della Pietra
Basso
Pia
Soprano
Piero
Basso
Rodrigo
Contralto
Ubaldo
Tenore
Note
Dopo gli entusiasmi suscitati da ?Belisario(Teatro La Fenice, 4 febbraio 1836) un’altra nuova opera di Donizetti fu rappresentata a Venezia l’anno successivo. Le contrattazioni tra Donizetti e l’impresario Alessandro Lanari, che si era assicurato la stagione della Fenice per il carnevale 1837, furono particolarmente lente e laboriose. Nonostante le insistenze a favore del librettista veneziano Pietro Beltrame, Donizetti riuscì a imporre Salvatore Cammarano, che in quegli anni, dopoLucia di Lammermoor(1835), era divenuto suo collaboratore esclusivo a Napoli. Potendo contare sulla presenza di Fanny Tacchinardi-Persiani, già ‘portentosa’Lucia, Donizetti e Cammarano cercavano un soggetto per ripetere quel successo. Occorreva una protagonista delicata e indifesa, tragicamente destinata a morire, e la trovarono nella Pia de’ Tolomei: un personaggio nobile e pudico che Dante collocò nel canto V del Purgatorio (vv.130-136). Lanari voleva però due ruoli conflittuali da affidare a due prime donne e Donizetti, suo malgrado, dovette accettare la pressoché debuttante Rosina Mazzarelli, giovane contralto protetta del presidente della Fenice. Le rappresentazioni furono ritardate da un incendio che distrusse La Fenice e il debutto avvenne al Teatro Apollo, con buon esito: «LaPiapiacque tutta, meno del finale del primo atto (lettera a Dolci, 20 febbraio 1837). Rientrato a Napoli, Donizetti rifece questo finale per una ripresa estiva a Senigallia. Il libretto di Cammarano seguì la versione della tragedia di gelosia.

Atto primo. Ghino è innamorato di Pia, moglie di suo cugino Nello, ma ne è respinto. Ghino crede di aver trovato la prova del suo adulterio in un messaggio scoperto dal crudele servitore Ubaldo: per vendicarsi, informa Nello che potrà verificare l’infedeltà della consorte recandosi presso il luogo di un appuntamento notturno. In realtà Pia si incontra con il guelfo Rodrigo, suo fratello, che ella ha aiutato a evadere dal carcere dei ghibellini comandati da Nello. Rodrigo riesce a fuggire e la donna, creduta colpevole, viene condannata dal marito a una perpetua prigionia in un castello della Maremma.

Atto secondo. Qui Ghino le offre inutilmente la libertà in cambio del suo amore, apprende la sua innocenza e si pente. Ferito mortalmente, Ghino incontra Nello, che è stato sconfitto dai guelfi in battaglia. Il marito si precipita da Pia, ma il servo Ubaldo la ha appena avvelenata secondo le sue disposizioni. La protagonista muore dopo aver evitato che Rodrigo uccida Nello, che ella giustifica e perdona.

Il contrasto tra Pia e i personaggi maschili principali si svolge all’interno di una giustapposizione più ampia e simbolica: affetti soavi e teneri per la protagonista, violenza passionale e malvagità per gli altri. Così l’incontro tra i due estremi è sempre precario e i momenti di convergenza sono subito allontanati dagli eventi, che ne mettono in luce la tragica incompatibilità. Nell’intenso concertato finale della prima parte, l’agitazione tragica della donna fiancheggia la violenza irosa e il desiderio di vendetta di Nello e Ghino. Tutta l’opera vive di limpide simmetrie all’interno di una solida struttura drammaturgica, che conferisce forti significati espressivi alle forme musicali convenzionali. Ghino esprime la sua passione per Pia secondo le corde del tipico tenore romantico, diviso tra espansioni liriche (“Non può dirti la parola”) e accenti realistici. Quando la sua passione incontenibile viene ancora una volta rifiutata, si tramuta in desiderio di vendetta, con una furente esplosione che sale all’acuto e culmina in un’impetuosa cabaletta (“Mi volesti sventurato”). Quando egli svela a Nello il presunto tradimento della moglie, i foschi accenti della declamazione sono sostenuti da una cellula ritmica ostinata, che conferisce un tono di incombente ossessione al dialogo. L’invettiva di Nello prorompe con violenza prima di ripiegare sull’immagine elegiaca di Pia (“Parea celeste spirito”); ma Ghino convince Nello della necessità di punire Pia per l’onta che gli ha causato. La svolta tragica del destino di Pia rimane in sospeso, e Donizetti ritrae con efficaci dettagli espressivi il vivido mutare degli umori di Nello, che fatica a credere all’adulterio. Quando Nello infine si decide, un motivo sinistro cresce a tutta forza e il marito supera i dubbi accumulati fino a quel momento chiudendo la scena con una veemente e imperiosa cabaletta assieme a Ghino (“Del ciel che non punisce”) Nel finale della prima parte Ghino si commuove su di un canto semplice e dal fraseggiare disteso (“Ahimè quell’anelito”) per il destino di Pia, di cui è responsabile. Al castello in Maremma le suppliche della donna lo inducono al pentimento, che aderisce musicalmente all’intonazione elegiaca del canto di Pia. Mentre sta per morire, Ghino implora perdono al cugino Nello con una lenta declamazione singhiozzante, soffocata nel silenzio; una scena di cui Donizetti era giustamente orgoglioso («Udrai la morte di Ghino e piangerai, ne son certo», al cognato Antonio Vasselli, 8 maggio 1837). Nello, vittima della sua cieca gelosia, oscilla tra veemente furore e moti d’affetto (“Lei perduta in core ascondo”). Quando conosce la verità, la sua furia assume accenti diversi e prorompe in una cabaletta tesa e sovraeccitata (“Dio pietoso”). L’afflizione inconsolabile di Pia si manifesta in recitativi affannati e inquieti, tra pause, sospensioni e tremoli. Nel cantabile “Le mie dolenti lacrime” la melodia è interrotta da isolati vocalizzi e declamazioni, che spezzano il fraseggio e sottolineano la sua intima sofferenza. Quando Lamberto le annuncia l’incontro con il fratello, un leggiadro motivo orchestrale precede una distesa cabaletta (“Di pura gioia in estasi”). Le fioriture del suo belcanto sono sempre estremamente eleganti, morbide, senza accenti di forza, come purificate; così è in particolare il duetto con Rodrigo (“Fra queste braccia”), in cui Pia sembra aver finalmente realizzato il suo desiderio. Nella scena finale di morte, Pia declama dolorosamente, tra sofferti e lancinanti acuti e amplissimi salti, mentre una struggente melodia viene affidata all’orchestra. L’eremita Piero apre una parentesi spirituale sulla vicenda, convincendo alla pietà Nello; a lui è affidata un’invocazione di misericordia divina (“Divo spirto”) ripresa dal coro dopo una fosca scenda di temporale, che presagisce l’incombente fatalità. Al contrario Ubaldo è una sorta di Jagoante litteram; è lui che istiga Ghino alla calunnia, provocando il precipitare degli eventi. Nella sua parte il baritono malvagio, ilvilain, ha una realizzazione esemplare, la cui eco è rintracciabile in tanti futuri profili verdiani.Pia de’Tolomeivenne modificata con un lieto fine per la rappresentazione di Napoli (30 settembre 1838), in sostituzione diPoliuto. Dopo una buona fortuna durata fino al 1860, è tornata alle scene a Siena (1967) e a Londra (1978), riscuotendo giudizi ampiamente favorevoli.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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