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Tristan
Studio per un’azione musicale dramma omonimo di Ezra Pound
Musica di Francesco Pennisi 1934-
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro Goldoni, 2 luglio 1995

Personaggi
Vocalità
apparizione di Isotta
Soprano
apparizione di Tristano
Tenore
il Prologo
lo scultore francese
Baritono
Note
Il ‘Play modelled on the Noh’Tristandi Ezra Pound è un testo di estrema avanguardia del 1916, rimasto inedito fino al 1987 (è stato pubblicato, insieme con altri tre drammi brevi inediti del poeta, a cura di Donald C. Gallup). Si tratta di una ermetica rilettura in chiave simbolista, realizzata non senza espliciti riferimenti all’enigmatica staticità del teatro Nô giapponese, allora emergente in Europa, della leggenda di amore e morte del Tristano, che al poeta inglese fu ispirata dall’aver assistito a una rappresentazione del dramma wagneriano.

Lavorando a questo testo giovanile di Pound su esplicita commissione della Biennale Musica veneziana e del Teatro Comunale di Bologna (che è stato ente co-produttore dell’allestimento firmato da Margot Galante Garrone, andato in scena a Venezia e Bologna con discreto successo di pubblico e critica), il siciliano Pennisi ha ideato un atto unico, inframmezzato da due intermezzi strumentali (il primo è una cadenza di flauto, che rappresenta il canto di un merlo; il secondo, a pieno organico, è ispirato alla lirica poundianaAncient Wisdow, rather Cosmic– Saggezza antica, alquanto cosmica –, che non è cantata ma funge da ‘testo silente’). Le tre parti in cui l’atto risulta pertanto suddiviso rappresentano rispettivamente: l’entrata del Prologo, personaggio allegorico che introduce l’azione nei pressi di un castello diroccato di Cornovaglia, e il successivo dialogo tra uno scultore francese, ivi giunto per vedere un cotogno che fiorisce prima che gli altri germoglino, e una misteriosa donna che si dichiara proprietaria del castello e che sparisce dopo aver accordato allo scultore il permesso di andare a vedere l’albero; il dialogo tra la donna (che si rivela in abiti medievali quale apparizione di Isotta) e l’uomo (apparizione di Tristano), alla presenza dello scultore («Tre anni di magia nella coppa... tutto ha una fine e noi oscilliamo sempre...); infine, il monologo della donna rivolta all’uomo («Riconoscerti e non conoscerti... oh, troppe cose ci separano, non siamo soli né uniti... e io mi dibatto tra due vite non conoscendone una...») e il congedo dello scultore, anch’egli avvolto dal senso di mistero che intride il castello.

Volutamente insensibile tanto alle possibili suggestioni wagneriane quanto a quelle del teatro Nô, se non per l’uso, nel primo intermezzo, di percussioni in pelle e in legno che forniscono una cauta evocazione delnokane deltaiko, strumenti tradizionali di quel teatro, Pennisi compone uno ‘studio teatrale’ austero e raffinatissimo nell’orchestrazione (l’organico cameristico di 16 strumenti è ampiamente sfruttato mediante impasti inediti quanto suadenti) e quasi minimalistico nella vocalità, aliena da violenti ‘gesti teatrali’ ma piuttosto articolata in un disegno ‘piano’, affatto tradizionale quanto a ritmo e intervalli. Finalità della partitura è di lasciare intatto il fascino estatico, ambiguo e misterioso del simbolismo poundiano, rispettandone l’enigma (Isotta «lacerata tra due vite di cui non sa dell’una e dell’altra nulla»). Come lo stesso compositore ha scritto, «le regole di brevità del teatro giapponese inTristansembrano coagulare con maggior evidenza che tra i temi che corredano il classico Amore e Morte domina proprio quello fondamentale del Dubbio. (...) Anche il confondersi dei personaggi con la scena, che a un certo punto delPlayPound richiede, coinvolge dichiaratamente l’occhio nei meandri dell’incerto». Ne risulta una partitura che rappresenta un atto di omaggio nei confronti della drammaturgia allora rivoluzionaria del poeta inglese, oltre che il quarto saggio (a conferma del tono proprio degli altrettanti lavori teatrali di Pennisi), di raffigurazione coltissima, discreta e antiretorica della scena teatrale. Come ha scritto Gioacchino Lanza Tomasi, «se la storia dell’opera può anche essere esaminata come la storia delle successive retoriche affettive con cui la musica si è arrogata la trasmissione delle passioni e del racconto, la ricostruzione di Pennisi ne raffigura i piccoli gesti, le trepide memorie».
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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