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Totila
Dramma per musica in tre atti di Matteo Noris
Musica di Giovanni Legrenzi 1626-1690
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro dei Ss. Giovanni e Paolo, carnevale 1677

Personaggi
Vocalità
Belisario
Tenore
Cinna
Tenore
Clelia
Soprano
Desbo
Contralto
Floro
Soprano
isauro (2)
Contralto
isauro (2)
Soprano
Lepido
Soprano
Marzia
Soprano
Publicola
Contralto
Servio
Basso
Teodato
Basso
Totila
Soprano
Vitige
Mezzosoprano
Note
Totilaè l’unica opera composta da Legrenzi per il Teatro dei Ss. Giovanni e Paolo; per il nuovo teatro dei Grimani, il San Giovanni Grisostomo, scrisse due opere per la stagione di carnevale del 1681,Antiocoil grande (libretto di Girolamo Frisari) eCreso(libretto di Giulio Cesare Corradi). Anche nelTotila, come in numerose opere composte a Venezia in quegli anni, la vicenda è tutta giocata sulla compresenza di elementi eroici e comico-parodistici; il soggetto storico diventa quindi un mero supporto per un’azione ricca di fantasiosi intrighi, di anacronismi, di inattesi sviluppi e di passioni portate all’eccesso che definiscono, insieme alle pirotecniche scenografie, quella poetica del meraviglioso tanto apprezzata dal pubblico del tempo. L’opera è preceduta da una sinfonia costituita da un primo tempo Lento-grave, seguito da un veloce fugato e da una coda di poche battute in tempo lento. Le sezioni strumentali sono a cinque parti notate, rispettivamente, in chiave di violino (due parti), di contralto, di tenore e di basso, mentre quelle vocali sono spesso accompagnate dal solo basso continuo.

Atto primo. Infuria la guerra tra Totila, re degli Ostrogoti, e Belisario, generale di Giustiniano, in lotta per la conquista di Roma. La violenta tirannia e la prepotenza dei Goti sui vinti si manifesta negli eccessi passionali di Totila per Marzia e di Vitige per Clelia. Clelia, moglie del console romano Publicola, cerca di resistere alle insidie di Vitige e, pur di non cadere nelle mani dei Goti, è disposta a uccidere il figlioletto dormiente e quindi a suicidarsi: brevi frammenti di frase, punteggiati da significative pause e da efficaci modulazioni, vengono articolati su un recitativo che esprime, come in un disperato monologo interiore, la tragica incertezza della madre nell’atto di compiere l’atroce delitto (interessanti le didascalie, quasi note di regia, poste dal librettista per descrivere gli atti compiuti in scena: ad esempio «Clelia con pugnale alla mano in atto di svenare il proprio figlio», «Va al fanciullo amorosa... pensa, poi torna risoluta», «Pianta il pugnale sul tavolino, vuol partire, ma si ferma nel passo d’entrare», «Torna al tavolino, e prende di novo il ferro»); l’intensità emozionale raggiunta nel recitativo si scarica nella liricità dell’aria in ritmo di sarabanda “Dolce figlio, che posi e dormi”. La spettacolare scena che mostra Roma messa a fuoco dai Goti (I,3: «Piazza maggiore di Roma, tutta foco, della quale vanno cadendo le fabriche») crea un efficace contrasto: Marzia si getta da una finestra per sfuggire all’incendio e cade tra le braccia di Totila, che si innamora di lei e fa arrestare Servio, vecchio senatore e padre di Marzia. Un episodio comico interrompe la tensione drammatica: Publicola apprende dal servo Desbo che Clelia è morta, perde il senno e inveisce contro il povero Desbo, che cerca goffamente di difendersi con supplichevoli invocazioni. Clelia, intanto, in cambio della libertà decide di offrirsi liberamente a Vitige, che arretra di fronte al coraggio della donna. Il primo atto si conclude con grandiosi effetti scenografici: «Qui al tocco di Tromba s’apre lo smisurato Elefante e n’escono Belisario, Lepido e Cinna; folta schiera de Soldati, Trombe ed Alfieri, che ingombrano tutta la scena» (aria di Belisario “Tosto dal vicin bosco”). A conclusione dell’atto il libretto prevedeva un «Ballo dei Cavallieri».

Atto secondo. Publicola «esce con passo lento, in atto di pensare, e grave sinfonia accompagna il suo pensamento»; il ritmo cadenzato del passo è improvvisamente interrotto da un nuovo accesso di follia. Un’altra grandiosa scena, ricca di comparse (donne, fanciulli, prigionieri in catene, soldati), fa da sfondo all’imbarco di Marzia sulla nave di Totila. La donna si prende gioco di Totila ma, quando egli tenta di baciarla, ella lo respinge. Totila, furente, fa quindi legare a un albero della nave Marzia, che è costretta a fingersi innamorata di lui (“Così crudele quanto mi piaci”). Sopraggiungono Belisario e Lepido, anch’essi affascinati da Marzia; questi danno inizio a una battaglia contro Totila, tra il bagliore dei tuoni e l’infuriare della tempesta; la nave affonda e Marzia viene tratta in salvo da Lepido. Clelia, travestita da guerriero, sfida a duello Vitige, che la riconosce e le dichiara il suo amore; su un concitato basso ostinato (“È follia sperar ch’io t’ami”) la donna respinge nuovamente l’avversario. Belisario imprigiona Vitige e libera Servio, mentre Totila è creduto morto.

Atto terzo. Totila, travestito, ordina a Vitige di uccidere Belisario ma questi, conquistato dalla magnanimità del generale, rifiuta. Un’altra aria di trionfo di Belisario (“Snodate i fremiti”) sancisce la sua vittoria. Publicola e Desbo sono nuovamente protagonisti di un divertente episodio comico: nella sua visionaria follia, il console romano scambia Desbo per Narciso e tenta invano di sedurlo, dando vita a una gustosa parodia di una scena d’amore. Desbo riesce finalmente a fuggire, inseguito da Publicola che, armato di arco, incontra Totila e lo ferisce. Giunge Belisario ma, anziché uccidere Totila, lo soccorre. Clelia e Publicola si ricongiungono, mentre Belisario e Lepido si dichiarano disposti a rinunciare al loro amore per Marzia, a patto che Totila diventi vassallo di Giustiniano. In conclusione dell’opera «si muta la Scena in gran Teatro sopra quale vi saranno Popoli spettatori al real Torneo, che viene introdotto da i quattro Elementi sopra machine, conducendo seco varie squadriglie de Cavallieri armati».

Pur avendo a disposizione un libretto molto articolato nell’intreccio, Legrenzi pone l’attenzione soprattutto sulla caratterizzazione musicale e tipologica dei quattro personaggi principali: Belisario, Totila, Clelia e Marzia. Belisario è l’incarnazione della generosità e della magnanimità: il suo linguaggio è sempre alto, di tipo eroico, come le arie a lui destinate. Anche Totila è un eroe, ma in senso negativo; la sua epicità si esprime attraverso la violenza (per esempio quando, durante l’incendio di Roma, le trombe in imitazione enunciano un disegno melodico ritmicamente incisivo, quasi un richiamo a distanza, e Totila riprende con veemenza lo stesso motivo sulle parole «Arda Roma»), oppure attraverso il cinismo (come quando, invaghitosi di Marzia, fa arrestare il padre della fanciulla e, soddisfatto della preda, canta “Son guerrier de la beltà”). Nettamente opposto è anche il comportamento delle due figure femminili, nel loro comune opporsi alla barbara aggressività degli invasori. Entrambe non si lasciano andare alla disperazione, ma mentre Clelia, pur nel differente manifestarsi degli affetti, mantiene una condotta morale irreprensibile dall’inizio alla fine dell’opera, Marzia si prende gioco di Totila, irride il proprio destino, ma alla fine cede a entrambi. Il carattere di Marzia si mostra mutevole e, al tempo stesso, determinato già nell’aria “Marzia, tu piangi?”, ma la sua seducente femminilità, utilizzata qui come arma di difesa, si manifesta specialmente nel secondo atto quando, sulla nave di Totila, approfitta della situazione fingendo abilmente di stare al gioco.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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