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Tigrane
(Il Tigrane, o vero L’egual impegno d’amore e di fede) Dramma per musica in tre atti di Domenico Lalli [Sebastiano Biancardi]
Musica di Alessandro Scarlatti 1660-1725
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Bartolomeo, 16 febbraio 1715

Personaggi
Vocalità
Doraspe
Tenore
Dorilla
Contralto
l’eco
Soprano
Meroe
Soprano
Orcone
Basso
Oronte
Soprano
Policare
Contralto
Tigrane
Soprano
Tomiri
Soprano
Note
Dopo la sfortunata esperienza veneziana (Mitridate EupatoreeIl trionfo della libertà, 1707), Scarlatti torna a comporre con una certa regolarità per le scene napoletane, a cominciare dalTeodosio(Teatro San Bartolomeo, 1709). A proposito di quest’opera il conte Francesco Maria Zambeccari scrive: «Scarlatti ha fatto l’ultima sua opera che non è piaciuta niente, onde s’avrà sempre la noiosità di sentirlo»; il conte prosegue criticando la troppa ricercatezza della scrittura contrappuntistica che, adatta per la musica da camera, in un teatro «di mille persone, non ve ne sono venti che l’intendono; e gli altri, non sentendo roba allegra e teatrale, s’annoiano». Questo scritto è sintomatico di un mutamento del gusto del pubblico, ormai attratto più dalle acrobazie virtuosistico-vocali dei cantanti e dalla freschezza delle scene comiche che dalla complessa elaborazione musicale e drammaturgica dell’opera. A differenza di altre opere, meno fortunate, composte da Scarlatti nello stesso periodo, è probabile che il successo tributato alTigranenel suo primo allestimento napoletano, e nelle due riprese avvenute rispettivamente a Innsbruck (1715) e Livorno (1716), sia da attribuire ad alcune componenti che soddisfecero le aspettative del pubblico: la presenza di arie di notevole difficoltà tecnica per le prime parti (Tigrane, Tomiri, Meroe e Policare); l’inserimento, alla fine del primo e del secondo atto e nel terzo (scena XV), di intermezzi comici, completamente slegati rispetto alla vicenda principale ma destinati comunque a due personaggi del dramma, Orcone e Dorilla. In queste scene, facilmente modificabili o eliminabili, come infatti avvenne nelle rappresentazioni di Innsbruck e di Livorno, i due protagonisti si atteggiano a maschere della commedia dell’arte (in un caso Orcone è vestito da Dottor Graziano, pomposo professore dell’università di Bologna, e Dorilla con gli abiti di Zaccagnina da Bergamo) e interloquiscono intercalando storpiature in tedesco, in bolognese, bergamasco e latino. A queste concessioni al gusto dell’epoca si aggiunga una particolare attenzione nell’articolazione formale delle scene in blocchi unitari che, insieme all’accuratezza della scrittura orchestrale, alla modernità di certe soluzioni timbriche e a un attento impiego degli strumenti a fini descrittivi o coloristici, permettono di porre quest’opera tra le più riuscite di Scarlatti.

Liberamente tratto dalle narrazioni di Erodoto, l’argomento del libretto dà un resoconto degli avvenimenti che precedono l’azione. La regina Tomiri aveva due figli: il primo, Archinto, era stato rapito e venduto al principe di Armenia, che lo aveva adottato chiamandolo Tigrane e lo aveva nominato, in punto di morte, suo erede al trono; il secondo, Seleuco, era stato ucciso in battaglia da Ciro. Per vendicarsi, la regina chiese aiuto a Policare e a Doraspe promettendo, in caso di vittoria su Ciro, di concedere la propria mano a uno dei due re. L’azione ha inizio nel momento in cui Tomiri, fedele alla promessa, dovrebbe attuare la sua scelta, ma tenta di procrastinarla perché si sente irresistibilmente attratta dal comandante degli eserciti alleati, il principe Tigrane. L’intreccio si complica con l’arrivo di Meroe – figlia di Ciro, promessa sposa di Tigrane e da questi creduta morta – che, giunta alla corte di Tomiri travestita da indovina col desiderio di vendicare la morte del padre, si fa riconoscere da Tigrane e gli chiede aiuto per l’attuazione del suo piano di vendetta. Si pone quindi per il protagonista la consueta alternativa, caratteristica dell’opera seria di genere eroico, tra la ragion d’onore e la legge dell’amore, che l’esemplare condotta di Tigrane saprà risolvere a favore di entrambe.

Atto primo. Dopo la sinfonia d’apertura (Prestissimo, Moderato, Allegrissimo), ha luogo il sacrificio di Tomiri: ella immola al dio Marte la testa di Ciro. La regina entra su un carro trionfale tirato da schiavi, preceduto da un coro di Sciti «che faranno festivi balli», e circondato da un coro di custodi del tempio. L’intera scena del sacrificio è articolata in diverse sezioni orchestrali e corali: marcia «d’oboi e fagotti sulla scena e violini in orchestra all’unisoni»; ballo; aria e coro che celebra Tomiri e la sua vittoria su Ciro; recitativo accompagnato di Tomiri; aria e coro conclusivo. In uno dei momenti più intensamente lirici dell’opera, Tigrane ricorda il suo amore per Meroe (aria di sortita “All’acquisto di gloria”, concertata con «oboi, fagotti e corni sulla scena»; in quest’aria ‘di tromba’ di notevole impegno virtuosistico, sia i corni sia gli oboi hanno una parte autonoma e dialogano tra loro su incisivi ritmi puntati). Meroe entra in scena travestita da indovina, scopre la testa del padre e giura vendetta confidando nell’aiuto di Tigrane (“Dell’amante confido all’amore”). Tomiri concede udienza a Meroe che, intuendo i veri sentimenti della regina, le predice infelicità e quasi indovina il suo amore per Tigrane (“Prova eccelsa è di grandezza”, con un’interessante prescrizione di prassi esecutiva: «A modo di cantar Zingaresco ed appuntato semplicemente come sta»). Combattuta tra amore e senso del dovere, Tomiri affida la scelta dello sposo a Tigrane; questi decide di assegnare la vittoria al re che saprà sconfiggerlo in combattimento. Policare e Doraspe tramano per ucciderlo; Meroe, con Orcone, predispone un piano per far riapparire la propria ombra, fingendo una magia dinanzi a Tigrane; questa scena, piuttosto articolata e con un efficace impiego del recitativo accompagnato a scopi descrittivi («Qui Orcone segue a far circoli e segni, scuotando la verga»), si innesta nel primo intermezzo che conclude l’atto. Orcone, quasi morto dalla paura e continuando a muovere la verga riesce soltanto a balbettare sulle note di un recitativo accompagnato (“Da’ cu- cu- cu, da’ cupi vortici”) caratterizzato da un veloce sillabare su scale discendenti, alternato ad ampi salti e continuamente interrotto da pause; dopo un recitativo strumentato in cui Dorilla si prende gioco di Orcone, la scena termina con un duetto.

Atto secondo. Un’altra scena spettacolare apre l’atto: una marcia («con oboi e fagotti sulla scena e violini nell’orchestra») in onore di Tomiri «e coro di Sciti che fanno diversi spettacoli, alla loro usanza»; seguono quindi un ballo, una sonata per la lotta e una sonata per la zuffa de’ gladiatori (con l’indicazione: «si replica sempre finché finisce la zuffa suddetta»). Tomiri placa l’ira dei re, che si riappacificano con Tigrane. Meroe tenta di uccidere Tomiri addormentata ma viene fermata da Tigrane che, sorpreso con l’arma in pugno, viene accusato. Costretto al silenzio per non tradire l’amata, viene condannato a morte. Nel secondo intermezzo comico Orcone, «vestito galante alla parigina, con parrucca» e Dorilla, in abiti da contadina tedesca e storpiando la lingua (“Ich bin Lipaber”), danno vita a una vivace scenetta d’amore (“Pensa che il core salta”, un divertente gioco musicale che descrive, sulle note rapidamente sillabate di veloci scale, l’immagine del cuore che salta in ogni direzione).

Atto terzo. La posizione di Tigrane, accusato di tradimento, si fa sempre più critica; tuttavia il senso dell’onore gli vieta di accettare l’occasione di fuga che la regina gli offre. Mentre Meroe si appresta a salvare Tigrane (“Sussurrando il venticello” con effetti descrittivi dell’orchestra), Tomiri annuncia a Policare, innamorato della regina, che presto il principe morirà (“Chi mi dice spera?” con effetto d’eco e con un probabile utilizzo di un richiamo fuori scena per imitare il «canto del rossignuolo», prescritto in partitura e suggerito dal testo poetico). Nel terzo intermezzo comico (scena 15) Orcone, «vestito da dottor Graziano» e Dorilla negli abiti di Zaccagnina, recitano una gustosa scenetta in latino storpiato e in dialetto bolognese (“Cancaron, cancaronaz”, Orcone, “Dof la sta la innamorà”, Dorilla) cui fa seguito un duetto; un ballo e unmenuetconcludono la scena. L’azione principale riprende con Tigrane incatenato e fiero di andare incontro a una morte gloriosa. Meroe entra vestita da principessa, rivela la sua vera identità, dichiara la sua colpevalezza e viene incatenata al posto di Tigrane. La soluzione del dramma avviene grazie alla tempestività di Oronte, che irrompe sulla scena dimostrando con prove alla mano che Tigrane, pur aiutando Meroe nei suoi propositi di vendetta, non ha tradito la regina. Il dramma si conclude con il riconoscimento di Tigrane da parte di Tomiri, che perdona Meroe, acconsente alle sue nozze col figlio e sceglie Policare come proprio sposo.
Fonte: Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi


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